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                      Le sacre origini della Massoneria

 

È fenomenologicamente attestata la sacralizzazione dell’arte muratoria in ogni epoca – salvo forse quella moderna – e in ogni contesto culturale tradizionale. Persino una religione «atea» e totalmente pessimista riguardo il mondo come il Jainismo, che non vuole «costruire» nulla ma semmai arrestare ogni attività “karmica”, ha ceduto alla tentazione architettonica (e l’ha fatto, si direbbe, in grande stile, considerata la possanza di molti suoi santuari), riconoscendo persino il diritto degli «artefici» ad avere un loro proprio Tempio in uno dei grandi complessi monumentali della comunità, nell’India nord-occidentale.

Massoneria operativa significa, in senso lato, insieme di tecniche professionali e di ierofanìe della pietra, della geometria e del lavoro. Così intesa – ed è fenomenologicamente legittimo intenderla così – la Massoneria operativa abbraccia, in anticipo sull’universalità della Massoneria speculativa, un intero universo di esperienze di cui il tempo ha preservato splendide tracce ovunque. Così, anche recentemente, c’è stato chi ha voluto trovare memorie ancestrali della Massoneria speculativa nella struttura megalitica di Stonehenge, verosimilmente un tempio druidico[1], o, più indietro, nella piramide di Khufu (Cheope) in Egitto[2]. Senza pretese storiografiche, quanto piuttosto in un recupero romantico dell’operatività massonica, ha scritto Joseph Fort Newton:

 

«…L’uomo è sempre stato un costruttore, e in nessun luogo egli ha svelato se stesso in modo più significativo che nelle sue costruzioni (…). Quando ci troviamo dinanzi ad esse – si tratti d’una capanna di fango, della casa di un abitante delle scogliere, d’una Piramide, d’un Partenone o d’un Pantheon – ci sembra di leggere nella sua anima. Il costruttore può essere scomparso – forse in epoche lontane – ma ha lasciato qualcosa di sé: le sue speranze, le sue paure, le sue idee, i suoi sogni (…). Dovunque l’umanità ha vissuto e lavorato, scopriamo i resti sgretolati di torri, templi e tombe, monumenti della sua operosità e delle sue aspirazioni. Inoltre, qualsiasi cosa l’uomo abbia potuto essere – crudele, tirannico, vendicativo – le sue costruzioni hanno sempre un riferimento alla religione. Esse rivelano un vivido senso dell’invisibile. L’uomo ha sempre cercato di costruire verso il cielo, incarnando la sua prece ed il suo sogno nella pietra[3]

Ci si avvicina di più ai trascorsi storici della Massoneria operativa se si fa riferimento alle Corporazioni muratorie d’età romana (Collegia fabrorum).

L’origine dei Collegia romani viene miticamente fatta risalire al re Numa (al quale, non a caso, viene pure ascritta la prima codificazione della religio), come ricorda Fulvio Crosara: «…Così Numa avrebbe costituito singole arti per vari mestieri (…). Gli interessi comuni, le assemblee, le cerimonie festive e religiose per ogni categoria ebbero presto il merito di spegnere ogni contrasto che opponeva l’uno all’altro nella società primitiva (…). Allo stesso Numa viene attribuita da Plinio il Vecchio quella gerarchia fra le arti, trasmessa dall’antichità alla civiltà cristiana, che avrebbe costituito un principio rigoroso delle nostre città medievali (…). Negato dalla critica moderna il complesso delle attribuzioni al mitico personaggio ed alla sua opera, non ne viene meno l’interesse generale»[4].

I Collegia ebbero alterna fortuna durante le successive epoche repubblicana e imperiale; quello che a noi interessa, in questa sede, è – al di là della loro collocazione sociale o delle pratiche cultuali alle quali partecipavano o che autonomamente allestivano – il grado di sacralità attribuito dai loro membri alla Arte Muratoria. A favore di una lettura ieratica dell’Arte da parte dei Collegia depone, fra vari altri reperti che non enumereremo in questa sede, lo stupendo mosaico pompeiano scoperto nel 1878 nella Casa del Fauno e centrato intorno a un tema di morte e rinascita, in cui l’antica Livella, o Archipendolo, è associata a un teschio (ovvero alla morte, come nella simbologia massonica) e sulla ruota della vita s’invola una farfalla (la psiche immortale che si eleva sui cicli biologici), lungo la direttrice verticale idealmente tracciata dallo strumento di lavoro. La simbologia della composizione è ben più complessa (lancia, nastro, tunica, ecc.), ma a noi basta qui l’attestazione della viva consapevolezza, da parte di artifices romani, delle virtualità simboliche dell’utensileria pertinente l’opera loro. Per inciso vogliamo ricordare che pure la farfalla e la ruota si ritrovano, occasionalmente, nell’iconografia massonica del ‘700-‘800; la farfalla, ad esempio, figurava in un «quadro di loggia» del Rito Svedese (la ruota, invece, è presente ancor oggi nelle lectures dell’Emulation Ritual).

Storicamente, tuttavia, quando si parla di Massoneria operativa si fa riferimento all’attività muratoria nel medioevo europeo, e specificamente in quello inglese.

Scrivevamo al riguardo ne La Massoneria ieri e oggi:

«…La Massoneria operativa inglese crebbe agli inizi dell’XI secolo,  allorché i Sassoni presero ad erigere chiese in gran numero. Accanto agli edifici ecclesiastici in costruzione stava, di norma, la loggia, un capanno o un portico ove i Massoni (…) ordinavano gli strumenti di lavoro, consumavano il cibo e s’intrattenevano.

 Il termine loggia compare la prima volta, secondo B. Jones, nel 1278, su carte riguardanti i lavori all’Abbazia Reale di Vale. Il Maestro massone pare fosse, tra gli operativi, architetto (spesso affiancato, in tale funzione, da colti ecclesiastici) e intendente ai lavori. Godeva di grande prestigio, tanto che i re dell’epoca solevano nominare un loro «personale» maestro massone (…).
La tradizione vuole che i Massoni medievali godessero, in virtù di una bolla papale, del privilegio di muoversi liberamente sul suolo europeo, ma come osserva B. Jones mancano in proposito elementi documentari (…).

L’opera dei muratori (…) si estendeva all’àmbito «laico». Così, ad esempio, il maestro massone Henry de Yevele attese tanto all’abbazia di Westminster quanto alla Torre di Londra, mentre il nome di William Wynford è legato alla cattedrale di Winchester ed al castello di Windsor; l’idea, ricorrente nella pubblicistica massonica del passato, che i Massoni medievali fossero costruttori di cattedrali e nulla (o poco) più, si fonda esclusivamente sul fatto che le cattedrali gotiche furono il più sublime dono che essi fecero all’umanità.

Alle origini la Massoneria operativa medievale non disponeva di un’autonoma organizzazione generale. Ma con lo sviluppo delle ghilde (dal sàssone guildan che significa pagare), anche gli artefici dell’Arte muratoria si federarono. Fulcro delle attività e degli interessi massonici inglesi divenne la London Masons’ Company, della cui esistenza si ha notizia intorno alla metà del ‘300.

La corporazione ebbe vita prospera per quasi due secoli. Con la riforma «protestante» di Enrico VIII, le ghilde furono spossessate dei numerosi favori di cui godevano e la stessa architettura sacra subì una battuta d’arresto. A poco a poco crebbe tra i Massoni il costume di farsi strada nella City senza il ricorso al patrocinio e alla tutela della corporazione. Il Seicento accrebbe i motivi di decadimento dell’organizzazione muratoria, e fu appunto verso la metà di quel secolo che prese consistenza (…) il processo di trasformazione della Massoneria da operativa a speculativa. La Massoneria operativa (nella sua fase tarda) conosceva l’apprendistato, al termine del quale si diveniva fellows, membri ad ogni effetto della corporazione. Quello di maestro non era propriamente un grado cui tutti potessero pervenire, ma piuttosto un ruolo di particolare competenza riservato a chi ne aveva le qualificazioni. Nella Massoneria speculativa moderna, invece, a tutti è concesso divenire maestri. In tal senso è lecito affermare che il grado di maestro è stato introdotto in Massoneria nel ‘700 e non prima. Il master medievale equivarrebbe, semmai, all’attuale Maestro Venerabile, titolo che designa non un «grado» ma una «dignità».

La presenza di una componente rituale nella Massoneria operativa pare accertata, anche se a noi sono largamente ignote le sue modalità. In una conferenza tenuta dinanzi alla Sidney Lodge of Research in Australia, C. Llewellyn Griffith ha sostenuto che «…il primo riferimento a un rituale fissato in una forma limitata a certe frasi scelte casualmente o convenzionali, appare nella Massoneria operativa scozzese nel 1598, nei documenti della Aitchison’s Haven Lodge. Con molta probabilità, nella ammissione alla Massoneria operativa si procedeva alla comunicazione di segni e parole di riconoscimento (n.d.A. forse miranti alla tutela dei segreti del mestiere e fungenti da credenziali per i Massoni itineranti) e pare che una funzione rituale avessero – forse recitati – alcuni brani dei manoscritti più antichi (n. d . A . : compilazioni di “Old Charges”, monitori o poemi epico-eulogici tipo Poema Regius, ecc.)».[5]

            Le notizie essenziali sulle caratteristiche e le procedure dell’«operatività» sono ricavate da fonti frammentarie che i diversi massonologi interpretano in modo divergente. Ad esempio, secondo Pick e Knight[6] la logia (luogo di lavoro) andrebbe distinta dalla mansio (temporanea abitazione del muratore), ma ci permettiamo di far osservare che, al di là di possibili distinzioni di fatto, logia e mansio sono filologicamente similari in quanto il primo termine deriva dal sassone logian (dimorare) ed il secondo dal latino manere (restare); analoga indeterminatezza regna intorno al nome freemason. In tempi recenti ha perso credito l’ipotesi che il massone fosse detto libero solo perché esente, in qualità di membro della potente corporazione, da vincoli e limitazioni (di movimento o altro). In Inghilterra, è vero, anche i membri di altre corporazioni si fregiavano dell’aggettivo in parola; tuttavia in quei casi la denominazione professionale e l’aggettivo venivano scritti separatamente: è il caso dei «Liberi Tessitori» (Free Sewers) o dei «Liberi Pescatori» (Free Fishers). I Massoni sono invece «Freemasons». La presenza della parola composta indica un significato più specifico (…). In un documento del 1350 si parla del «mestre mason de frenche pere» (nel francese dell’epoca: «maestro massone di pietra libera»). I massoni più qualificati lavoravano infatti sulla freestone, pietra arenaria o calcare di taglio liscio, particolarmente adatta ad essere modellata. Da freestone mason sarebbe avvenuto, per elisione e assimilazione, il passaggio a freemason.

La Massoneria operativa, dunque, è un fenomeno complesso. Operativi, nel senso indicato dalla definizione preliminare all’inizio di queste note, erano gli Steinmetzen tedeschi, i cui statuti Torgau (1462) definivano l’uso del «marchio» e di convenzioni quali il «saluto» massonico, ecc.; operativi, oltre agli italici Maestri Comacini (ai quali ha dedicato uno studio indispensabile, dal punto di vista massonologico e dell’esplorazione della spiritualità cristiano-longobarda, Karl Hoede su un quaderno della Loggia di ricerca Quatuor Coronati di Bayreuth)[7], anche i Compagnons francesi (l’ammissione tra i quali comportava il compimento del «tour de France», pellegrinaggio tanto simbolico quanto effettivo alla ricerca di commissioni professionali e riecheggiante nei «viaggi» della ritualità massonica).

In Inghilterra le condizioni di vita dei Massoni medievali oscillavano fra l’ambìto status di free-man (quanti erano considerati «liberi» dallo stato servile) e la consuetudine dell’impressment, in virtù della quale potevano essere per così dire «precettati» territorialmente, ovvero forzatamente destinati a prestare la propria opera ovunque venisse richiesta dai potenti committenti[8]. Sostanzialmente privi di organizzazione corporativa fino alla metà del ‘300, essi, come molti altri del resto, erano in balìa delle congiunture economiche e dei capricci della corona, della nobiltà e del clero.

Le definizioni più antiche, in lingua latina, delle diverse competenze professionali formanti la muratorìa inglese, distinguono fra cementarius (più tardi lathomus o lathamus) e cubitor: i primi lavoravano la pietra, i secondi la collocavano. I più capaci cementarii venivano addestrati e divenivano incisori della pietra e magistri, ovvero direttori dei lavori. L’apprendistato così come viene inteso oggi rimase un fatto sporadico fino al quindicesimo secolo; all’addestramento fondamentale ai lavori più semplici si sottoponevano per lo più i servientes, gli attendenti dei lavoranti, temporaneamente e non «contrattualmente» assunti, a differenza dei successivi apprentices (apprendisti).

La spiritualità della Massoneria operativa medievale rivela aspetti di notevole interesse. Il saggista e storico dell’arte A:C.Ambersi ha ripetutamente analizzato la presenza di tematiche pre-cristiane nella simbolica di numerose chiese medievali. Il fatto non deve, a nostro avviso, far pensare necessariamente a un intento di trasmissione segreta (o cifrata) di temi esoterici sincreticamente desunti da tradizioni religiose verosimilmente ignote ai costruttori, quali quelle asiatiche o gnostiche, amanti dello zoomorfismo: esso si iscrive piuttosto in un più generale processo di assimilazione dei substrati culturali sopravvissuti al declino dell’Europa pagana da parte della cultura cristiana in fase di estensione e radicamento. Il fenomeno in effetti non riguarda solo la muratorìa, ma anche, ad esempio, l’agiologia (vari santi assumono nel medioevo valenze paganeggianti, come S. Michele presso i Longobardi), il folklore e la stessa filosofia (si pensi al decisivo recupero tomi-stico dell’aristotelismo). Si può forse arguire che la muratorìa, per le caratteristiche sue proprie di «pietrificazione» e perciò stesso di conservazione, costituì un àmbito particolarmente idoneo all’«archiviazione» di materiali precristiani, consegnando alla memoria storica segni tangibili e simbolicamente eternati di ciò che aveva incontrato sul proprio cammino o forse, in casi sporadici, ricevuto in eredità o in mandato come modalità di sacralizzazione dell’ars structoria.

Per il resto, i Massoni operativi medievali e rinascimentali rientrano a pieno titolo nel lealismo ecclesiale, invocato dai documenti più significativi (come il Poema Regius, datato intorno al 1390) che ci sono rimasti di loro. Né, a favore di una loro improbabile coloritura ereticale, gioca l’eventualità, ricordata da taluno, che sulla formazione del rituale massonico possano aver influito i miracle plays, i misteri sacri ciclicamente rappresentati all’epoca, e notoriamente soggetti a interpolazioni profane favorite dalla mimesi teatrale. In primo luogo va detto che tali celebrazioni – come del resto molte altre occasioni festive di varie religioni – avevano il senso di valvole di sfogo della pressione comportamentale e culturale cui i fedeli erano per la maggior parte del tempo sottoposti dai codici dettati dal magistero ecclesiastico; i «misteri», cioè, pur nelle loro non infrequenti deviazioni formali, restavano per intero entro le coordinate della normalità, dell’accettabilità sociale. In seconda istanza, bisogna ricordare che la partecipazione all’allestimento dei «misteri» era comune alle varie ghilde professionali e nient’affatto esclusivamente o preminentemente muratoria. Infine, giova sottolineare che tra i cicli e i reperti isolati di miracle plays conservati fino ad oggi si faticherà invano a scovare elementi specificamente anticipatori della ritualità massonica speculativa (a eccezione, forse, del tema noachide, racconto biblico tra i più rappresentati nel contesto dei miracle plays inglesi).

A proposito del rapporto tra «misteri» religiosi medievali e Massoneria, l’anglicano Rev. Neville B. Cryer, oggi Past Master della Loggia di Ricerca Quatuor Coronati di Londra, nel suo importante saggio Drama and the Craft [9], ravvisa un motivo comune ai due ordini di fenomeni nel tema di morte e resurrezione ricorrente tanto nel primo che nel secondo. Il nesso linguistico esistente tra i termini ministerio, mistero e mestiere, confermerebbe il carattere al contempo religioso e misterico dei rituali «professionali» sviluppatisi in Massoneria. Allo stesso titolo, tuttavia, si potrebbe connettere il tema di morte e resurrezione del terzo grado massonico alle passioni vegetali profane, ai maggi rurali (che fra l’altro in varie zone d’Inghilterra avevano un protagonista, il green man o green king [greene kynge secondo una lezione di origine medio-inglese], collocato al centro di una forzata morte rituale per taluni versi paragonabile a quella hiramica) o, risalendo più indietro nel tempo, ai misteri di fertilità ampiamente diffusi nell’antichità mediterranea, anch’essi imperniati sul tema in questione, ma così facendo si rischierebbe di ricadere nelle genealogie fantastiche (non in quelle mitiche, che hanno un senso ispirativo e non esplicativo) da cui la Massoneria, segnatamente a livello divulgativo, tarda ad emanciparsi una volta per tutte.

Uno dei punti di congiunzione tra la spiritualità dell’Inghilterra dei miracle plays e la Massoneria è costituito dalla città di York, che secondo il Rev. Neville B. Cryer primeggiava tra i luoghi in cui tali «misteri» religiosi venivano rappresentati. York, come ricorda Alex Horne, che all’argomento ha dedicato un’importante volume e numerosi saggi, è la «città massonica» per antonomasia nella ierostoria muratoria inglese. Una consolidata tradizione vuole infatti che nella cripta della cattedrale di York si riunissero i Massoni del X secolo per celebrare le proprie tenute; a York si sarebbe svolta la leggendaria assemblea dell’Arte convocata dal Principe Edwin nel 926 e ricordata nel Poema Regius; nei Fabric Rolls della cattedrale (1370 ca.) sono chiaramente esposte per la prima volta le norme organizzative di «ye loge» (la loggia), governata dal maistyr masoun.

Per questi ed altri «facts and fictions», York campeggia nel panorama ierostorico della Massoneria universale come il cuore arcano dell’Arte. In virtù di tale sua vetustà, la York massonica fu invocata dagli Antients, quei Massoni che nel ‘700 sostenevano di volersi attenere alle procedure tradizionali contro le innovazioni, come garante della loro «Antica ed Onorevile Fratellanza dei Liberi e Accettati Muratori secondo le Vecchie Costituzioni accordate dal Principe Edwin a York nell’anno del Signore 926» (1751). Dobbiamo inoltre ricordare che dal 1725 al 1792 (con una pausa di «assonnamento» negli anni 1740-1760) operò nel nord Inghilterra una Grand Lodge of York and of All England che nel 1780 aveva giurisdizione, oltre che sui gradi azzurri, anche su quelli di Arco Reale e Cavaliere Templare, costituendo dunque una sorta di prototipo incompiuto (mancando dei gradi criptici) del sistema più tardi chiamato negli Stati Uniti Rito di York.

Sul versante della fenomenologia del sacro, la città del nord Inghilterra evoca il passaggio delle consegne dalla tradizione sassone precristiana a quella cristiana, ovvero la «confluenza di due mari» spirituali, il radicamento di una nuova dispensazione nel tessuto della vecchia.

Non è chiaro, allo stato attuale delle ricerche massonologiche, quale sia stato l’influsso delle consuetudini e dello spirito della Massoneria operativa su quella speculativa, né quali siano state le modalità del lento passaggio dall’una all’altra. Certo è che, affermando di fondarsi su un’antica tradizione, la Massoneria contemporanea deve fare i conti con le proprie origini operative: non è certo un caso che negli ultimi decenni la filologia muratoria abbia prodotto numerosi nuovi dati sull’universo operativo. Dopo le deviazioni e le incrostazioni molteplici che la storia aveva provocato alla Massoneria, il ritorno critico alle fonti ha il sapore del rinnovamento e dell’autenticazione.

[1] cfr. R. A..Herner, Stonehenge: An Ancient Masonic Temple (Macoy, Richmond, Va., U.S.A. 1979).

[2] cfr. G. V. Harvey, Khufu’s House of Eternity (in The Royal Arch Mason,  autunno 1974, pp. 210-214), p. 214. Il sapido saggio di Harvey stigmatizza la facile ricerca di ascendenze da parte della Massoneria speculativa

[3] Riduzione da J.F. Newton, The Builders, pp. 6-7

[4] cfr. AA.VV.: Antiche Corporazioni, p. 25.

[5] Cfr. M. Moramarco, La Massoneria ieri e oggi, pp. 90-94

[6] cfr. F. L. Pick – G. L. Knight, The Pocket History of Freemasonry, p. 22.

[7] la traduzione italiana è stata curata dal Collegium Italicum Latomorum/Gruppo di Ricerca Massonica di Bologna, v. bibl.

[8] cfr. D. Knoop – J. P. Jones, Masons in the Middle Ages (in A.Q.C., vol. 98, 1985, pp. 91-108), pp. 102-107

[9] cfr. N. B. Cryer, Drama and the Craft (in A.Q.C., vol. 87, 1974, pp. 74-105)

 

 

IL MANIFESTO DELLA MASSONERIA TRADIZIONALE

Contro ogni deformazione o diluizione dell’Arte, i Liberi Muratori di tradizione si attengono ai seguenti principi, sulla fedeltà ai quali si misura la congruità massonica di un sodalizio:

1) Il fondamento primo della vera Massoneria è: fede nel Dio Vivente e Altissimo, Padre Celeste e Supremo Architetto dei Mondi.
Come si apprende dal prezioso ms. Graham (1726) in cui, fra molti detriti, è conservata la Parola perduta, la fede è substrato e potenza della visione spirituale. Senza fides, fiducia nel vettore divino della vita, e senza un vivo senso della meraviglia, i portali del mistero di Luce restano chiusi. L’Arte Muratoria mira a fortificare l’una e l’altra facoltà, mediante il simbolismo della costruzione (con i suoi mirabili annessi: geometrici, numerici, cromatici, astronomici, operativi ecc.) e l’esercizio del pensiero analogico, anch’esso costruttivo, nella “lettura” del cosmo.
Ogni Libero Muratore è educato a ricercare e glorificare il divino Intelletto d’Amore, distillandone i caratteri e i segni luminosi, saggi e benevoli – dunque: costruttivi – in ogni aspetto della realtà e in ogni alveo spirituale. E’ questo lo spirito universale dell’Arte Muratoria, che tuttavia non deve né può in alcun modo velare o rinnegare – sotto pena d’estinzione – il suo nucleo assiale, il cuore dell’Arte che dimora nel Cristo, da cui l’Ordine fluisce ab origine e che ha accolto via via – con quella ebraica – le tradizioni pitagorica, ermetica, zoroastriana ed altre.
Le lectures dei gradi devono ammaestrare i fratelli su tali direttrici e sulla loro fonte arcana, quella noachide (infatti, come si deduce dal ms. Graham, 37, la leggenda di Hiram trae sostanza da una più antica evocazione di Noach).
Ateismo e superstizione sono incompatibili con l’Arte Muratoria, portatrice di quel sano raziocinio spirituale che Dio conferì agli uomini affinché l’applicassero, con l’intuizione, ad “esplorare” il visibile e l’invisibile

2) La Libera Muratoria tramanda altresì la fede nell’immortalità dell’anima spirituale, corollario della saggezza e dell’amore di Dio, e garanzia ultima di giustizia.
Da tale fede, coltivata nella “cava” del cuore e confortata dalla percezione della presenza degli antenato in Loggia, derivano al Libero Muratore:
a) il dovere di non lordare il proprio ricordo con atti spregevoli, che mai sfuggono allo scrutinio della Onniscienza divina
b) l’anelito ad accedere, dopo la morte, alla Loggia Celeste, e ivi continuare il lavoro ad maiorem Dei gloriam;
c) la speranza nella resurrezione dei corpi spirituali (I Cor.15:44), organismi incorruttibili perché purificati, resi indivisibili e armonici rispetto a nuovi cieli e nuova terra (Ap. 21:1)

Nella vera Loggia si tempra l’aurea catena che unisce la generazione muratoria presente a quelle del passato, risalendo all’anello originario che è Dio. L’intimità con l’Oltre si segnala per mezzo delle ispirazioni edificanti che discendono sulle  anime dei fratelli e dal senso di una costante, efficace comunione con la storia sacra dell’Ordine.
Il Libero Muratore anela ad essere, nel linguaggio di J. G. Gichtel, l’artigiano dell’angelo in se stesso.

3) La vera Massoneria ritiene che costituiscano autentico culto a Dio il pensare, il parlare e l’agire secondo virtù, e che questa, sebbene da esercitarsi per amore del Bene e non già in vista di ricompense, conduca nondimeno alla vera gioia, sia in questa vita che in quella futura. E’ nello spirito dell’Arte Massonica l’intreccio tra ordine morale e felicità; lo stesso si può affermare dell’intreccio tra libertà e grazia di Dio, in quanto la Muratoria fu detta libera “in primo luogo perché è un libero dono di Dio ai figli degli uomini, e in secondo luogo perché è libera dagli spiriti infernali” (v. Graham ms., 9). In questa prospettiva, chi si avvicina all’Arte Massonica deve pentirsi delle proprie colpe e mai desistere dal farlo: se l’anima, in virtù del sincero pentimento, a cui risponde la grazia di Dio che la conforta, non è sgombrata dai detriti, nulla di stabile si potrà costruire in essa. Un terzo – e decisivo – motivo della qualifica di “libera” deriva all’Arte dalla testimonianza dei Quattro Santi Coronati (III sec. d.C.) che secondo la leggenda trasmessa dal Poema Regius (1390 ca) avrebbero rifiutato di scolpire statue dell’Imperatore da adorare, opponendo così la invincibile libertà dello Spirito ai poteri mondani.
La virtù primaria è una e consiste nella rettitudine circolare, ovvero compiuta, che proviene da Dio, ma si irradia in forme molteplici: onestà, laboriosità, temperanza, purezza, ecc.
Non solo l’Arte Muratoria addestra alla virtù i propri aderenti, essa deve pure difenderla e propagarla nelle comunità umane, opponendosi risolutamente a ogni impulso vizioso e disgregatore. Esoterica in quanto spirituale, essa depreca l’esteriorità abnorme in cui la società moderna è sprofondata, e avversa la futilità e le trasgressioni imperversanti. L’idea di misura, intrinseca all’Arte Muratoria, forma il retroterra delle sue opzioni virtuose.
La Massoneria difende la famiglia – ponte tra l’individuo e l’umanità, nonché presidio e cantiere di virtù – da qualsiasi attacco e, vigilando su realtà e processi educativi, si oppone a ogni minaccia o lusinga anti-morale nei confronti dell’infanzia.

4) La vera Massoneria inizia alla Mistica Arte solo uomini disposti a migliorarsi mediante
a) la visione simbolica, che si traduce in riflessione spirituale;
b) la ricerca e la riunione dei frammenti della Parola (λόγος) creatrice e rivelatrice sparsi in tutte le culture;
c) la pratica delle virtù.
Essa riunisce le più arcane e sublimi esperienze del Sacro, che nel mistero di Cristo hanno conseguito il loro crisma personale, ed è capace – se praticata con retta intenzione e perseveranza – di ampliare ed elevare la sfera di coscienza dei suoi sodali. Non v’è secretum, nella prassi massonica, eccetto quello relativo alle ineffabili – e pertanto indicibili – percezioni sublimi, riflettenti la gloria di Dio, che sono veicolate dalle immagini simboliche e dalle azioni rituali. Tali esperienze – nella gerarchia di gradi in cui si manifestano – vanno protette da ogni dissacrazione: a questo fine l’Arte adottò i codici riservati (segni, parole di passo, ecc.) attinti dai “segreti di mestiere” delle Ghilde medievali.
Pur mantenendo integra la propria natura di iniziazione maschile, e rigettando ogni promiscuità (che sarebbe letale ai suoi intenti), l’Arte Muratoria, votata a un’idea organica della società umana, recupera ed associa a sé la modalità classica dell’iniziazione di mestiere femminile, quella della tessitura.

5) La vera Massoneria glorifica il lavoro e le arti quali mezzi di cooperazione cosciente dell’uomo con Dio, rigetta ogni distinzione di censo (ignobile al cospetto del Celeste Padre e Architetto), promuove la lealtà, la generosità e il genio virtuoso. Su tali basi si fonda il giusto spirito gerarchico che deve reggere l’Arte e che appare invece negato o stravolto in molte associazioni sedicenti massoniche.
La vera Massoneria educa i suoi sodali al compimento del Dovere, cioè alla realizzazione della propria legge interiore e alla fedeltà rispetto a impegni e patti liberamente assunti.

6) La vera Massoneria lavora con gli strumenti che le sono propri (l’educazione, l’esempio autorevole) per ristabilire la divina Giustizia che, calpestata e schernita, come la mitica Astrea si involò dal mondo. Essa afferma perciò la dignità e i diritti del lavoro, difende gli oppressi, propugna la libertà delle patrie – grandi o piccole che siano – da ogni soggezione e decadenza, mira alla rettifica degli squilibri sociali.

7) La vera Massoneria è un cantiere di Utopia: opera nel presente sub specie aeternitatis e propizia l’avvento dell’era in cui “…l’arpa chiamerà i delfini“: essa, infatti, prefigura la metamorfosi del mondo nel Regno di Dio, dove – come nella Loggia – l’amore fraterno armonizzerà e allieterà la vita cosmica. Questa è la chiave del giubilo massonico, la cui essenza è musica divina.

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LA LOGGIA INTELLETTO E AMORE E GLI ESORDI DEL REAL ORDINE A.L.A.M.

     “Nell’anno 1068 dall’inizio del regno di Athelstan…”: 

Nella settimana di Pasqua vennero cesellate, e il Giorno dell’Angelo erano pronte: “Costituzioni del Real Ordine degli Antichi Liberi e Accettati Muratori, A.D. 926”.
A ridosso delle norme i Rituali, che attingevano ai più antichi testi massonici, dal Poema Regius (fine del XIV sec.) al manoscritto Edinburgh (fine del XVII): il distillato di trecento anni di Massoneria operativa,  legata al “midollo” del mestiere-mistero, ma già simbolica, atta a divenire speculativa, esoterica ossia scavante l’interiorità. Il background ideale era pan-cristiano, con apporti che spaziavano dal cattolicesimo antico allo gnosticismo, dalla teologia di Ario a quella della Chiesa Assira d’Oriente, e molto attingevano a quel Cristianesimo spirituale che si classifica approssimativamente come “mistica protestante”.

Il Real Ordine fu un’esperienza fondante per il risveglio del tradizionalismo massonico, lo capì bene Alberto Ambesi che ne trattò con favore ne I Maestri del Tempio e con la sua visione della Rosa+Croce si apprestava a diventarne Mastro Generale. Era un drappello “micaelita”, e le riunioni guardavano alla meta che Gichtel attribuisce all’uomo nella sua Theosophia, quella di diventare artigiano dell’angelo, costruttore di un “corpo luminoso”.
    L’ethos era tra il tardo-medievale e il rinascimentale. Si leggeva ai novizi l’Ars Quatuor Coronatorum dal Poema Regius (1390 ca.), ierostoria della Muratoria da Adamo all’assemblea di York che si tenne nel 926, nel terzo anno del regno di Athelstan, e in cui l’Arte si dotò di norme e procedure. I lavori rituali erano attraversati dalle musiche mariane seicentesche di Marc-Antoine Charpentier, e la madre di Cristo evocata nel mistero restaurato dell’Arco Reale e nella lettura delle Sette Lodi Massoniche alla Beata Vergine Maria. Il Padre Celeste, l’Altissimo, Grande Architetto dell’Universo, ci guidava nell’anelito alla purezza. E la benedizione si estendeva ad altri ambiti: negli stessi mesi anche Vincenzo Milone, G.M. della Serenissima Gran Loggia Nazionale, spargeva la sua idea della dottrina virginale: il pensiero massonico, argomentava, è per sua natura capace di rigenerarsi perennemente, senza perdere la propria identità dopo ogni “aggiunta” e la propria integrità in conseguenza di attacchi o degenerazioni.

La prima iniziazione secondo i rituali del Real Ordine ebbe luogo l’11 novembre 1992, mentre usciva il libro Piazza del Gesù 1944-1968. Documenti rari e inediti della tradizione massonica italiana, che avevo messo assieme cernendo i testi più validi tra quelli del “fondo Angelone” che il gen. Cardarelli mi aveva lasciato. Il candidato era un pubblicista e pianista. Disse alla fine che durante il rito “era stato” nel passato, e poi sospeso tra zeitgeist (spirito del tempo) ed eternità. Ne fui felice, sebbene, dato il carattere “letterario” del mio interlocutore, pensai che l’elemento suggestivo potesse avere assunto una centralità eccessiva e così diventare sviante, sotto il profilo iniziatico.

Una volta invitammo il prete “cattolico antico” Luigi Caroppo per una fractio panis a lavori ultimati. Era la prima volta, probabilmente, in tutta la storia massonica italiana, che i fratelli celebravano un culto divino, e il richiamo fu forte. La divina colomba si posò sul tetto della Loggia, come recitava il rituale di apertura.

Ma l’evocazione più efficace, nei nostri lavori, era fornita dalle kalendæ massoniche, ossia dalla datazione di ogni tornata rispetto alla sequela di eventi che avevano condotto dalla creazione del mondo a quella della Loggia, passando per la fondazione della città di Reggio (197 a.C.), la nascita del Cristo e l’emanazione delle Costituzioni di York (926 d.C.):  la percezione di “catena”, in quella successione temporale, si faceva più nitida e stabile. I lavori venivano dichiarati aperti nell’anno 1068° dall’inizio del regno di Athelstan (salito al trono inglese nel 924 d.C.), ed ogni procedura o delibera della Loggia si conformava a questo tipo di calendario.  

I contenuti delle tornate erano ben diversi da quelli delle pseudo-massonerie che imitano clubs e circoli culturali. Da noi non usava – né era concepibile – la conferenza. Al rituale e alle istruzioni simboliche seguiva l’ignizione. Il Maestro Venerabile – o un confratello (così ci si chiamava, per lasciare al termine “fratello” una universalità extra-moenia) da lui designato – lanciava un messaggio evocativo, in cui parola e silenzio erano intrecciati, e poi uno ad uno tutti i componenti la Loggia, “accesi” da quell’initium, portavano il loro mattone alla costruzione del Tempio. E a sorprendere era che anche i fratelli non abituati a parlare si sentivano mossi a farlo e trovavano la giusta parola, abilità espressive che nella vita profana erano loro ignote. Tale l’effetto del Logos costruttivo. E l’armonia della Parola impregnava il “corpo” della Loggia. La concordia vi regnava, quella separatività che sgretola le pseudo-massonerie era impensabile. Era dai tempi in cui avevo letto con “intelletto d’amore” il saggio Evolution and the Inward Light, del teologo quacchero Howard Brinton, che non percepivo così forte il potere unificante e compattante del Logos.

Anche se il Real Ordine si riduceva alla nostra Loggia, più qualche “confratello” sparso qua e là nel Paese, la sua formazione ad opera di ex-membri del Grande Oriente d’Italia suscitò un certo interesse. Venni contattato da Maurizio Chierici del Corriere della Seraper un’intervista che uscì il 19 gennaio. Chierici, da buon giornalista (o nottalista, come Kierkegaard definiva la categoria?), forzò alquanto il senso delle mie parole, titolando Nasce la lega dei Venerabili, come se fossimo l’equivalente massonico della Lega Nord. Certo, il nostro era un los von Rom (“via da Roma”), ma di segno ben diverso. Il pezzo era guarnito da una foto di me e Vico con le insegne massoniche, e questo destò curiosità e ironia, ma anche ammirazione gregaria (“eh!, ma il Corriere è un giornale importante…”)in una città di provincia come Reggio. All’intervista sull’autorevole quotidiano ne seguirono altre, su L’Indipendente di Feltri, su un settimanale liberale che titolò, anche qui forzando, Massoni apostolici romani.

Il carattere pan-cristiano del Real Ordine costituiva insieme rinforzo delle fondamenta e sana provocazione nei confronti delle pseudo-massonerie. Ma restava il bisogno o la nostalgia di un’Arte di respiro universale, di certi tratti “illuministici” alla maniera di Lessing. Così, oltre all’“archeo-iniziazione”- allestita coi frammenti di ritualità ricavati dai manoscritti operativi – recuperammo quella settecentesca. Mai, però, saremmo tornati a quelle in vigore presso le grandi Obbedienze, codificate tra fine ‘800 e inizi ‘900 e infedeli agli assunti dell’Arte.

Uno dei segni della svolta fu il “memoriale” per i fratelli passati all’Oriente Eterno, che celebrammo nel marzo del 1993. In quell’occasione il Tempio si aprì ad amici e a giornalisti, volevamo testimoniare la nostra trasparenza. Venne l’inviato dell’Unità, che fece una cronaca seria e rispettosa, mentre l’inviato del Resto del Carlino, un tipo scialbo e supponente, non trovò di meglio da fare che irridere il triplice applauso di glorificazione in chiusura del memoriale, il cui rituale fu peraltro di una pregnanza che solo quel nottalista non riuscì a captare….

Nella “Intelletto e amore”, ad ogni buon conto, si raggiunse una meta: in varie circostanze ebbe luogo l’incorporazione dello Spirito in glifi di luce e suoni cristallini.
E l’ethos generale era rivelatore dell’Eterno, anche e proprio nell’immediatezza degli attimi ispirati che si susseguivano. L’Eterno risiede nell’attimo senza tempo, come l’Infinito nel punto senza spazio.

M. Moramarco, MCA

                * * *

                           A PROPOSITO DEI COSTRUTTORI DEL MEDIOEVO

                                                                                                                                     Un articolo di Armand Bédarride, apparso nel numero di maggio 1929 de Le Symbolisme, e del quale abbiamo già parlato nelle nostre recensioni delle riviste, ci sembra possa dar luogo ad alcune utili riflessioni. Questo articolo, intitolato Les Idées des nos Précurseurs, tratta delle corporazioni del Medioevo, viste come le trasmettitrici del loro spirito e delle loro tradizioni alla Massoneria moderna.

Innanzi tutto, notiamo che la distinzione fra “Massoneria operativa” e “Massoneria speculativa” ci sembra debba essere intesa in un senso del tutto diverso da quello che ordinariamente le viene attribuito. In effetti, molto spesso ci si immagina che i Massoni “operativi” fossero solo dei semplici operai o artigiani, e niente di più, e si pensa che il simbolsmo, nei suoi significati più o meno profondi, sia sopraggiunto solo tardivamente, in seguito all’ammissione nelle organizzazioni corporative di persone estranee all’arte del costruire. Questo, comunque, non è il caso di Bédarride, il quale invece cita un gran numero d’esempi, in particolare nei monumenti religiosi, di figure il cui carattere simbolico è incontestabile; in particolare egli parla delle due colonne della cattedrale di Würtzbourg, “che provano – dice – che i Massoni costruttori del XIV secolo praticavano un simbolismo filosofico”, il che è esatto, ma, è ovvio, solo a condizione che lo si intenda nel senso di “filosofia ermetica” e non secondo l’accezione corrente; poiché allora si tratterebbe semplicemente della filosofia profana, la quale, fra l’altro, non ha mai fatto uso di un simbolismo qualunque. Gli esempi si potrebbero moltiplicare indefinitamente: la stessa pianta delle cattedrali è eminentemente simbolica, come abbiamo avuto modo di sottolineare in altre occasioni; e occorre aggiungere che, fra i simboli usati nel Medioevo, oltre a quelli di cui i Massoni moderni hanno conservato il ricordo, pur non cltre a quelli di cui i Massoni moderni hanno conservato il ricordo, pur non comprendendone più il significato, ce ne sono molti altri di cui essi non hanno la minima idea (1).

Secondo noi, occorre andare in qualche modo contro l’opinione corrente e considerare la “Massoneria speculativa”, sotto molti aspetti, come una degenerazione della “Massoneria operativa”. In effetti, quest’ultima era veramente completa nel suo ordine, dal momento che possedeva insieme la teoria e la pratica corrispondente; e questa sua denominazione, sotto questo aspetto, può essere intesa come un’allusione alle “operazioni” dell’”arte sacra”, di cui la costruzione secondo le regole tradizionali era una delle applicazioni. Quanto alla “Massoneria speculativa”, che d’altronde è nata nel momento in cui le corporazioni di costruttori erano in piena decadenza, la sua denominazione indica molto chiaramente che essa è limitata alla “speculazione” pura e semplice, vale a dire ad una teoria senza alcuna realizzazione; e certamente sarebbe un errore dei più strani se si volesse considerare un tal fatto come un “progresso”. Se si fosse trattato solo di un impoverimento, il male non sarebbe poi così grande com’è in realtà, ma, come abbiamo detto più volte, all’inizio del XVIII secolo si è verificata in più una vera deviazione al momento della costituzione della Gran Loggia d’Inghilterra, la quale fu il punto di partenza di tutta la Massoneria moderna. Per il momento non insisteremo oltre, ma teniamo a sottolineare che, se si vuol comprendere veramente lo spirito dei costruttori del Medioevo, queste osservazioni sono del tutto essenziali; diversamente ci se ne fa un’idea falsa o, quanto meno, molto incompleta.
Un’altra idea che è altrettanto importante rettificare, è quella secondo la quale l’impiego di forme simboliche sarebbe stato semplicemente imposto da ragioni di prudenza. Che, talvolta, queste ragioni siano esistite non lo contestiamo, ma si tratta solo dell’aspetto più esteriore e meno interessante della questione; lo abbiamo già detto a proposito di Dante e dei “Fedeli d’Amore” (2), e lo possiamo ripetere per ciò che riguarda le corporazioni dei costruttori, tanto più che han dovuto esserci dei legami molto stretti fra tutte queste organizzazioni, molto diverse in apparenza, ma tutte partecipi delle stesse conoscenze tradizionali (3). Ora, il simbolismo è precisamente il modo d’espressione normale delle conoscenze di questo tipo, ed è questa la sua vera ragion d’essere, in tutti i tempi ed in tutti i paesi, anche lì ove non vi è proprio nulla da dissimulare; e questo, molto semplicemente, perché vi sono delle cose che, per loro stessa natura, non possono esprimersi altrimenti che sotto tale forma.
L’errore di cui si tratta, che si commette troppo spesso e di cui ritroviamo in un certo modo l’eco nell’articolo di Bédarride, ci sembra aver due cause principali: la prima è che, generalmente, si sa molto poco in che consistesse il Cattolicesimo del Medioevo. Non bisogna dimenticare che, come vi è un esoterismo musulmano, all’epoca v’era pure un esoterismo cattolico, vale a dire un esoterismo che aveva il suo punto d’appoggio nei simboli e nei riti della religione cattolica e che si sovrapponeva a questa senza opporvisi in alcun modo; non c’è dubbio che certi ordini religioso furono ben lontani dall’essere estranei a tale esoterismo. Se la tendenza della maggior parte dei Cattolici attuali è di negare l’esistenza di queste cose, ciò prova solamente che essi non sono meglio informati, a proposito, del resto dei nostri contemporanei.
La seconda causa dell’errore in questione consiste nel fatto di immaginare che ciò che si nasconde sotto i simboli siano quasi unicamente delle concezioni sociali o politiche (4), in realtà si tratta di ben altro. Le concezioni di questo genere, agli occhi di coloro che possedevano certe conoscenze, potevano avere solo un’importanza parecchio secondaria, quella di una possibile applicazione fra tante altre; e aggiungiamo anche che ovunque hanno finito con l’occupare uno spazio troppo grande e col diventare predominanti, esse sono state invariabilmente una causa di degenerazione e di deviazione. E non è esattamente questo che ha fatto perdere alla Massoneria moderna la comprensione di ciò che essa conserva ancora dell’antico simbolismo e delle tradizioni di cui sembra essere, bisogna ben dirlo, malgrado tutte le sue insufficienze, l’unica erede nel mondo occidentale? Se ci si obietta che, a riprova delle preoccupazioni sociali dei costruttori, esistono le figure satiriche e più o meno licenziose che si riscontrano talvolta nelle loro opere, è facile rispondere: queste figure sono destinate, soprattutto, a confondere i profani, i quali si fermano all’apparenza e non riescono a cogliere quello che di più profondo esse dissimulano. D’altronde, si tratta di qualcosa che è ben lungi dall’essere specifico dei costruttori; certi scrittori, come Boccaccio e Rabelais soprattutto, e molti altri ancora, hanno adottato la stessa finzione ed hanno usato lo stesso procedimento. C’è da credere che questo stratagemma sia ben riuscito, poiché ancora oggi, e senza dubbio più che mai oggi, i profani continuano a cascarci.
Se si vuole andare in fondo alla questione, occorre vedere nel simbolismo dei costruttori l’espressione di alcune scienze tradizionali, che si riallacciano a quello che, in maniera generale, si può indicare col nome di “ermetismo”. Ora, dal momento che noi parliamo qui di “scienze”, attenzione a non pensare che si tratti di qualcosa di paragonabile alla scienza profana, la sola conosciuta da quasi tutti i moderni; e sembra che una tale assimilazione traspaia anche in Bédarride, il quale parla di “forma mutevole delle conoscenze positive della scienza”, il che si adatta propriamente ed esclusivamente alla scienza profana; e che, prendendo alla lettera delle immagini puramente simboliche, crede di scoprirvi delle idee “evoluzioniste” ed anche “trasformiste”, idee che sono in totale contraddizione con ogni dato tradizionale. Già in molti nostri lavori abbiamo sviluppato a lungo la distinzione essenziale fra la scienza sacra o tradizionale e la scienza profana, e quindi non pensiamo di ripetere qui tutte quelle considerazioni, non di meno abbiamo ritenuto opportuno richiamare una volta di più l’attenzione su questo punto capitale.

E concludiamo in breve: non è senza ragione che Giano, presso i Romani, fosse insieme il dio dell’iniziazione ai misteri e il dio delle corporazioni di artigiani; e non è parimenti senza ragione che i costruttori del Medioevo conservassero le due feste solstiziali dello stesso Giano, feste divenute, col Cristianesimo, quelle dei due San Giovanni, d’inverno e d’estate…”

 René Guénon

A propos des constructeurs du Moyen Age, pubblicato ne “Le Voile d’Isis”, gennaio 1927. Traduz. italiana in René Guénon, Studi sulla Massoneria ed il Compagnonnaggio.

NOTE

 1. Ultimamente abbiamo avuto modo di rilevare, nella cattedrale di Strasburgo e in altri edifici dell’Alsazia, un gran numero di marchi di tagliatori di pietra, i quali risalgono ad epoche diverse, dal XII secolo fino all’inizio del XVII secolo; fra questi marchi ve ne sono alcuni molto curiosi, in particolare abbiamo ritrovato lo swastika, al quale allude Bédarride, in una delle torrette del campanile di Strasburgo.

2. Si veda Le Voile d’Isis, febbraio 1929. 3. I Compagnoni del “Rito di Salomone” hanno conservato fino ad oggi il ricordo del loro legame con l’Ordine del Tempio.
4. Questo modo di vedere le cose è, in gran parte, quello di Aroux e di Rossetti per ciò che riguarda l’interpretazione di Dante (…). In merito, è molto eloquente l’esempio di certe organizzazioni musulmane, in cui le preoccupazioni politiche hanno soffocato, in qualche modo, la originaria spiritualità.

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