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IL MANIFESTO DELLA MASSONERIA TRADIZIONALE

Contro ogni deformazione o diluizione dell’Arte, i Liberi Muratori di tradizione si attengono ai seguenti principi, sulla fedeltà ai quali si misura la congruità massonica di un sodalizio:

1) Il fondamento primo della vera Massoneria è: fede nel Dio Vivente e Altissimo, Padre Celeste e Supremo Architetto dei Mondi.
Come si apprende dal prezioso ms. Graham (1726) in cui, fra molti detriti, è conservata la Parola perduta, la fede è substrato e potenza della visione spirituale. Senza fides, fiducia nel vettore divino della vita, e senza un vivo senso della meraviglia, i portali del mistero di Luce restano chiusi. L’Arte Muratoria mira a fortificare l’una e l’altra facoltà, mediante il simbolismo della costruzione (con i suoi mirabili annessi: geometrici, numerici, cromatici, astronomici, operativi ecc.) e l’esercizio del pensiero analogico, anch’esso costruttivo, nella “lettura” del cosmo.
Ogni Libero Muratore è educato a ricercare e glorificare il divino Intelletto d’Amore, distillandone i caratteri e i segni luminosi, saggi e benevoli – dunque: costruttivi – in ogni aspetto della realtà e in ogni alveo spirituale. E’ questo lo spirito universale dell’Arte Muratoria, che tuttavia non deve né può in alcun modo velare o rinnegare – sotto pena d’estinzione – il suo nucleo assiale, il cuore dell’Arte che dimora nel Cristo, da cui l’Ordine fluisce ab origine e che ha accolto via via – con quella ebraica – le tradizioni pitagorica, ermetica, zoroastriana ed altre.
Le lectures dei gradi devono ammaestrare i fratelli su tali direttrici e sulla loro fonte arcana, quella noachide (infatti, come si deduce dal ms. Graham, 37, la leggenda di Hiram trae sostanza da una più antica evocazione di Noach).
Ateismo e superstizione sono incompatibili con l’Arte Muratoria, portatrice di quel sano raziocinio spirituale che Dio conferì agli uomini affinché l’applicassero, con l’intuizione, ad “esplorare” il visibile e l’invisibile

2) La Libera Muratoria tramanda altresì la fede nell’immortalità dell’anima spirituale, corollario della saggezza e dell’amore di Dio, e garanzia ultima di giustizia.
Da tale fede, coltivata nella “cava” del cuore e confortata dalla percezione della presenza degli antenato in Loggia, derivano al Libero Muratore:
a) il dovere di non lordare il proprio ricordo con atti spregevoli, che mai sfuggono allo scrutinio della Onniscienza divina
b) l’anelito ad accedere, dopo la morte, alla Loggia Celeste, e ivi continuare il lavoro ad maiorem Dei gloriam;
c) la speranza nella resurrezione dei corpi spirituali (I Cor.15:44), organismi incorruttibili perché purificati, resi indivisibili e armonici rispetto a nuovi cieli e nuova terra (Ap. 21:1)

Nella vera Loggia si tempra l’aurea catena che unisce la generazione muratoria presente a quelle del passato, risalendo all’anello originario che è Dio. L’intimità con l’Oltre si segnala per mezzo delle ispirazioni edificanti che discendono sulle  anime dei fratelli e dal senso di una costante, efficace comunione con la storia sacra dell’Ordine.
Il Libero Muratore anela ad essere, nel linguaggio di J. G. Gichtel, l’artigiano dell’angelo in se stesso.

3) La vera Massoneria ritiene che costituiscano autentico culto a Dio il pensare, il parlare e l’agire secondo virtù, e che questa, sebbene da esercitarsi per amore del Bene e non già in vista di ricompense, conduca nondimeno alla vera gioia, sia in questa vita che in quella futura. E’ nello spirito dell’Arte Massonica l’intreccio tra ordine morale e felicità; lo stesso si può affermare dell’intreccio tra libertà e grazia di Dio, in quanto la Muratoria fu detta libera “in primo luogo perché è un libero dono di Dio ai figli degli uomini, e in secondo luogo perché è libera dagli spiriti infernali” (v. Graham ms., 9). In questa prospettiva, chi si avvicina all’Arte Massonica deve pentirsi delle proprie colpe e mai desistere dal farlo: se l’anima, in virtù del sincero pentimento, a cui risponde la grazia di Dio che la conforta, non è sgombrata dai detriti, nulla di stabile si potrà costruire in essa. Un terzo – e decisivo – motivo della qualifica di “libera” deriva all’Arte dalla testimonianza dei Quattro Santi Coronati (III sec. d.C.) che secondo la leggenda trasmessa dal Poema Regius (1390 ca) avrebbero rifiutato di scolpire statue dell’Imperatore da adorare, opponendo così la invincibile libertà dello Spirito ai poteri mondani.
La virtù primaria è una e consiste nella rettitudine circolare, ovvero compiuta, che proviene da Dio, ma si irradia in forme molteplici: onestà, laboriosità, temperanza, purezza, ecc.
Non solo l’Arte Muratoria addestra alla virtù i propri aderenti, essa deve pure difenderla e propagarla nelle comunità umane, opponendosi risolutamente a ogni impulso vizioso e disgregatore. Esoterica in quanto spirituale, essa depreca l’esteriorità abnorme in cui la società moderna è sprofondata, e avversa la futilità e le trasgressioni imperversanti. L’idea di misura, intrinseca all’Arte Muratoria, forma il retroterra delle sue opzioni virtuose.
La Massoneria difende la famiglia – ponte tra l’individuo e l’umanità, nonché presidio e cantiere di virtù – da qualsiasi attacco e, vigilando su realtà e processi educativi, si oppone a ogni minaccia o lusinga anti-morale nei confronti dell’infanzia.

4) La vera Massoneria inizia alla Mistica Arte solo uomini disposti a migliorarsi mediante
a) la visione simbolica, che si traduce in riflessione spirituale;
b) la ricerca e la riunione dei frammenti della Parola (λόγος) creatrice e rivelatrice sparsi in tutte le culture;
c) la pratica delle virtù.
Essa riunisce le più arcane e sublimi esperienze del Sacro, che nel mistero di Cristo hanno conseguito il loro crisma personale, ed è capace – se praticata con retta intenzione e perseveranza – di ampliare ed elevare la sfera di coscienza dei suoi sodali. Non v’è secretum, nella prassi massonica, eccetto quello relativo alle ineffabili – e pertanto indicibili – percezioni sublimi, riflettenti la gloria di Dio, che sono veicolate dalle immagini simboliche e dalle azioni rituali. Tali esperienze – nella gerarchia di gradi in cui si manifestano – vanno protette da ogni dissacrazione: a questo fine l’Arte adottò i codici riservati (segni, parole di passo, ecc.) attinti dai “segreti di mestiere” delle Ghilde medievali.
Pur mantenendo integra la propria natura di iniziazione maschile, e rigettando ogni promiscuità (che sarebbe letale ai suoi intenti), l’Arte Muratoria, votata a un’idea organica della società umana, recupera ed associa a sé la modalità classica dell’iniziazione di mestiere femminile, quella della tessitura.

5) La vera Massoneria glorifica il lavoro e le arti quali mezzi di cooperazione cosciente dell’uomo con Dio, rigetta ogni distinzione di censo (ignobile al cospetto del Celeste Padre e Architetto), promuove la lealtà, la generosità e il genio virtuoso. Su tali basi si fonda il giusto spirito gerarchico che deve reggere l’Arte e che appare invece negato o stravolto in molte associazioni sedicenti massoniche.
La vera Massoneria educa i suoi sodali al compimento del Dovere, cioè alla realizzazione della propria legge interiore e alla fedeltà rispetto a impegni e patti liberamente assunti.

6) La vera Massoneria lavora con gli strumenti che le sono propri (l’educazione, l’esempio autorevole) per ristabilire la divina Giustizia che, calpestata e schernita, come la mitica Astrea si involò dal mondo. Essa afferma perciò la dignità e i diritti del lavoro, difende gli oppressi, propugna la libertà delle patrie – grandi o piccole che siano – da ogni soggezione e decadenza, mira alla rettifica degli squilibri sociali.

7) La vera Massoneria è un cantiere di Utopia: opera nel presente sub specie aeternitatis e propizia l’avvento dell’era in cui “…l’arpa chiamerà i delfini“: essa, infatti, prefigura la metamorfosi del mondo nel Regno di Dio, dove – come nella Loggia – l’amore fraterno armonizzerà e allieterà la vita cosmica. Questa è la chiave del giubilo massonico, la cui essenza è musica divina.

* * *

LA LOGGIA INTELLETTO E AMORE E GLI ESORDI DEL REAL ORDINE A.L.A.M.

     “Nell’anno 1068 dall’inizio del regno di Athelstan…”: 

Nella settimana di Pasqua vennero cesellate, e il Giorno dell’Angelo erano pronte: “Costituzioni del Real Ordine degli Antichi Liberi e Accettati Muratori, A.D. 926”.
A ridosso delle norme i Rituali, che attingevano ai più antichi testi massonici, dal Poema Regius (fine del XIV sec.) al manoscritto Edinburgh (fine del XVII): il distillato di trecento anni di Massoneria operativa,  legata al “midollo” del mestiere-mistero, ma già simbolica, atta a divenire speculativa, esoterica ossia scavante l’interiorità. Il background ideale era pan-cristiano, con apporti che spaziavano dal cattolicesimo antico allo gnosticismo, dalla teologia di Ario a quella della Chiesa Assira d’Oriente, e molto attingevano a quel Cristianesimo spirituale che si classifica approssimativamente come “mistica protestante”.

Il Real Ordine fu un’esperienza fondante per il risveglio del tradizionalismo massonico, lo capì bene Alberto Ambesi che ne trattò con favore ne I Maestri del Tempio e con la sua visione della Rosa+Croce si apprestava a diventarne Mastro Generale. Era un drappello “micaelita”, e le riunioni guardavano alla meta che Gichtel attribuisce all’uomo nella sua Theosophia, quella di diventare artigiano dell’angelo, costruttore di un “corpo luminoso”.
    L’ethos era tra il tardo-medievale e il rinascimentale. Si leggeva ai novizi l’Ars Quatuor Coronatorum dal Poema Regius (1390 ca.), ierostoria della Muratoria da Adamo all’assemblea di York che si tenne nel 926, nel terzo anno del regno di Athelstan, e in cui l’Arte si dotò di norme e procedure. I lavori rituali erano attraversati dalle musiche mariane seicentesche di Marc-Antoine Charpentier, e la madre di Cristo evocata nel mistero restaurato dell’Arco Reale e nella lettura delle Sette Lodi Massoniche alla Beata Vergine Maria. Il Padre Celeste, l’Altissimo, Grande Architetto dell’Universo, ci guidava nell’anelito alla purezza. E la benedizione si estendeva ad altri ambiti: negli stessi mesi anche Vincenzo Milone, G.M. della Serenissima Gran Loggia Nazionale, spargeva la sua idea della dottrina virginale: il pensiero massonico, argomentava, è per sua natura capace di rigenerarsi perennemente, senza perdere la propria identità dopo ogni “aggiunta” e la propria integrità in conseguenza di attacchi o degenerazioni.

La prima iniziazione secondo i rituali del Real Ordine ebbe luogo l’11 novembre 1992, mentre usciva il libro Piazza del Gesù 1944-1968. Documenti rari e inediti della tradizione massonica italiana, che avevo messo assieme cernendo i testi più validi tra quelli del “fondo Angelone” che il gen. Cardarelli mi aveva lasciato. Il candidato era un pubblicista e pianista. Disse alla fine che durante il rito “era stato” nel passato, e poi sospeso tra zeitgeist (spirito del tempo) ed eternità. Ne fui felice, sebbene, dato il carattere “letterario” del mio interlocutore, pensai che l’elemento suggestivo potesse avere assunto una centralità eccessiva e così diventare sviante, sotto il profilo iniziatico.

Una volta invitammo il prete “cattolico antico” Luigi Caroppo per una fractio panis a lavori ultimati. Era la prima volta, probabilmente, in tutta la storia massonica italiana, che i fratelli celebravano un culto divino, e il richiamo fu forte. La divina colomba si posò sul tetto della Loggia, come recitava il rituale di apertura.

Ma l’evocazione più efficace, nei nostri lavori, era fornita dalle kalendæ massoniche, ossia dalla datazione di ogni tornata rispetto alla sequela di eventi che avevano condotto dalla creazione del mondo a quella della Loggia, passando per la fondazione della città di Reggio (197 a.C.), la nascita del Cristo e l’emanazione delle Costituzioni di York (926 d.C.):  la percezione di “catena”, in quella successione temporale, si faceva più nitida e stabile. I lavori venivano dichiarati aperti nell’anno 1068° dall’inizio del regno di Athelstan (salito al trono inglese nel 924 d.C.), ed ogni procedura o delibera della Loggia si conformava a questo tipo di calendario.  

I contenuti delle tornate erano ben diversi da quelli delle pseudo-massonerie che imitano clubs e circoli culturali. Da noi non usava – né era concepibile – la conferenza. Al rituale e alle istruzioni simboliche seguiva l’ignizione. Il Maestro Venerabile – o un confratello (così ci si chiamava, per lasciare al termine “fratello” una universalità extra-moenia) da lui designato – lanciava un messaggio evocativo, in cui parola e silenzio erano intrecciati, e poi uno ad uno tutti i componenti la Loggia, “accesi” da quell’initium, portavano il loro mattone alla costruzione del Tempio. E a sorprendere era che anche i fratelli non abituati a parlare si sentivano mossi a farlo e trovavano la giusta parola, abilità espressive che nella vita profana erano loro ignote. Tale l’effetto del Logos costruttivo. E l’armonia della Parola impregnava il “corpo” della Loggia. La concordia vi regnava, quella separatività che sgretola le pseudo-massonerie era impensabile. Era dai tempi in cui avevo letto con “intelletto d’amore” il saggio Evolution and the Inward Light, del teologo quacchero Howard Brinton, che non percepivo così forte il potere unificante e compattante del Logos.

Anche se il Real Ordine si riduceva alla nostra Loggia, più qualche “confratello” sparso qua e là nel Paese, la sua formazione ad opera di ex-membri del Grande Oriente d’Italia suscitò un certo interesse. Venni contattato da Maurizio Chierici del Corriere della Seraper un’intervista che uscì il 19 gennaio. Chierici, da buon giornalista (o nottalista, come Kierkegaard definiva la categoria?), forzò alquanto il senso delle mie parole, titolando Nasce la lega dei Venerabili, come se fossimo l’equivalente massonico della Lega Nord. Certo, il nostro era un los von Rom (“via da Roma”), ma di segno ben diverso. Il pezzo era guarnito da una foto di me e Vico con le insegne massoniche, e questo destò curiosità e ironia, ma anche ammirazione gregaria (“eh!, ma il Corriere è un giornale importante…”)in una città di provincia come Reggio. All’intervista sull’autorevole quotidiano ne seguirono altre, su L’Indipendente di Feltri, su un settimanale liberale che titolò, anche qui forzando, Massoni apostolici romani.

Il carattere pan-cristiano del Real Ordine costituiva insieme rinforzo delle fondamenta e sana provocazione nei confronti delle pseudo-massonerie. Ma restava il bisogno o la nostalgia di un’Arte di respiro universale, di certi tratti “illuministici” alla maniera di Lessing. Così, oltre all’“archeo-iniziazione”- allestita coi frammenti di ritualità ricavati dai manoscritti operativi – recuperammo quella settecentesca. Mai, però, saremmo tornati a quelle in vigore presso le grandi Obbedienze, codificate tra fine ‘800 e inizi ‘900 e infedeli agli assunti dell’Arte.

Uno dei segni della svolta fu il “memoriale” per i fratelli passati all’Oriente Eterno, che celebrammo nel marzo del 1993. In quell’occasione il Tempio si aprì ad amici e a giornalisti, volevamo testimoniare la nostra trasparenza. Venne l’inviato dell’Unità, che fece una cronaca seria e rispettosa, mentre l’inviato del Resto del Carlino, un tipo scialbo e supponente, non trovò di meglio da fare che irridere il triplice applauso di glorificazione in chiusura del memoriale, il cui rituale fu peraltro di una pregnanza che solo quel nottalista non riuscì a captare….

Nella “Intelletto e amore”, ad ogni buon conto, si raggiunse una meta: in varie circostanze ebbe luogo l’incorporazione dello Spirito in glifi di luce e suoni cristallini.
E l’ethos generale era rivelatore dell’Eterno, anche e proprio nell’immediatezza degli attimi ispirati che si susseguivano. L’Eterno risiede nell’attimo senza tempo, come l’Infinito nel punto senza spazio.

M. Moramarco, MCA

                * * *

                           A PROPOSITO DEI COSTRUTTORI DEL MEDIOEVO

                                                                                                                                     Un articolo di Armand Bédarride, apparso nel numero di maggio 1929 de Le Symbolisme, e del quale abbiamo già parlato nelle nostre recensioni delle riviste, ci sembra possa dar luogo ad alcune utili riflessioni. Questo articolo, intitolato Les Idées des nos Précurseurs, tratta delle corporazioni del Medioevo, viste come le trasmettitrici del loro spirito e delle loro tradizioni alla Massoneria moderna.

Innanzi tutto, notiamo che la distinzione fra “Massoneria operativa” e “Massoneria speculativa” ci sembra debba essere intesa in un senso del tutto diverso da quello che ordinariamente le viene attribuito. In effetti, molto spesso ci si immagina che i Massoni “operativi” fossero solo dei semplici operai o artigiani, e niente di più, e si pensa che il simbolsmo, nei suoi significati più o meno profondi, sia sopraggiunto solo tardivamente, in seguito all’ammissione nelle organizzazioni corporative di persone estranee all’arte del costruire. Questo, comunque, non è il caso di Bédarride, il quale invece cita un gran numero d’esempi, in particolare nei monumenti religiosi, di figure il cui carattere simbolico è incontestabile; in particolare egli parla delle due colonne della cattedrale di Würtzbourg, “che provano – dice – che i Massoni costruttori del XIV secolo praticavano un simbolismo filosofico”, il che è esatto, ma, è ovvio, solo a condizione che lo si intenda nel senso di “filosofia ermetica” e non secondo l’accezione corrente; poiché allora si tratterebbe semplicemente della filosofia profana, la quale, fra l’altro, non ha mai fatto uso di un simbolismo qualunque. Gli esempi si potrebbero moltiplicare indefinitamente: la stessa pianta delle cattedrali è eminentemente simbolica, come abbiamo avuto modo di sottolineare in altre occasioni; e occorre aggiungere che, fra i simboli usati nel Medioevo, oltre a quelli di cui i Massoni moderni hanno conservato il ricordo, pur non cltre a quelli di cui i Massoni moderni hanno conservato il ricordo, pur non comprendendone più il significato, ce ne sono molti altri di cui essi non hanno la minima idea (1).

Secondo noi, occorre andare in qualche modo contro l’opinione corrente e considerare la “Massoneria speculativa”, sotto molti aspetti, come una degenerazione della “Massoneria operativa”. In effetti, quest’ultima era veramente completa nel suo ordine, dal momento che possedeva insieme la teoria e la pratica corrispondente; e questa sua denominazione, sotto questo aspetto, può essere intesa come un’allusione alle “operazioni” dell’”arte sacra”, di cui la costruzione secondo le regole tradizionali era una delle applicazioni. Quanto alla “Massoneria speculativa”, che d’altronde è nata nel momento in cui le corporazioni di costruttori erano in piena decadenza, la sua denominazione indica molto chiaramente che essa è limitata alla “speculazione” pura e semplice, vale a dire ad una teoria senza alcuna realizzazione; e certamente sarebbe un errore dei più strani se si volesse considerare un tal fatto come un “progresso”. Se si fosse trattato solo di un impoverimento, il male non sarebbe poi così grande com’è in realtà, ma, come abbiamo detto più volte, all’inizio del XVIII secolo si è verificata in più una vera deviazione al momento della costituzione della Gran Loggia d’Inghilterra, la quale fu il punto di partenza di tutta la Massoneria moderna. Per il momento non insisteremo oltre, ma teniamo a sottolineare che, se si vuol comprendere veramente lo spirito dei costruttori del Medioevo, queste osservazioni sono del tutto essenziali; diversamente ci se ne fa un’idea falsa o, quanto meno, molto incompleta.
Un’altra idea che è altrettanto importante rettificare, è quella secondo la quale l’impiego di forme simboliche sarebbe stato semplicemente imposto da ragioni di prudenza. Che, talvolta, queste ragioni siano esistite non lo contestiamo, ma si tratta solo dell’aspetto più esteriore e meno interessante della questione; lo abbiamo già detto a proposito di Dante e dei “Fedeli d’Amore” (2), e lo possiamo ripetere per ciò che riguarda le corporazioni dei costruttori, tanto più che han dovuto esserci dei legami molto stretti fra tutte queste organizzazioni, molto diverse in apparenza, ma tutte partecipi delle stesse conoscenze tradizionali (3). Ora, il simbolismo è precisamente il modo d’espressione normale delle conoscenze di questo tipo, ed è questa la sua vera ragion d’essere, in tutti i tempi ed in tutti i paesi, anche lì ove non vi è proprio nulla da dissimulare; e questo, molto semplicemente, perché vi sono delle cose che, per loro stessa natura, non possono esprimersi altrimenti che sotto tale forma.
L’errore di cui si tratta, che si commette troppo spesso e di cui ritroviamo in un certo modo l’eco nell’articolo di Bédarride, ci sembra aver due cause principali: la prima è che, generalmente, si sa molto poco in che consistesse il Cattolicesimo del Medioevo. Non bisogna dimenticare che, come vi è un esoterismo musulmano, all’epoca v’era pure un esoterismo cattolico, vale a dire un esoterismo che aveva il suo punto d’appoggio nei simboli e nei riti della religione cattolica e che si sovrapponeva a questa senza opporvisi in alcun modo; non c’è dubbio che certi ordini religioso furono ben lontani dall’essere estranei a tale esoterismo. Se la tendenza della maggior parte dei Cattolici attuali è di negare l’esistenza di queste cose, ciò prova solamente che essi non sono meglio informati, a proposito, del resto dei nostri contemporanei.
La seconda causa dell’errore in questione consiste nel fatto di immaginare che ciò che si nasconde sotto i simboli siano quasi unicamente delle concezioni sociali o politiche (4), in realtà si tratta di ben altro. Le concezioni di questo genere, agli occhi di coloro che possedevano certe conoscenze, potevano avere solo un’importanza parecchio secondaria, quella di una possibile applicazione fra tante altre; e aggiungiamo anche che ovunque hanno finito con l’occupare uno spazio troppo grande e col diventare predominanti, esse sono state invariabilmente una causa di degenerazione e di deviazione. E non è esattamente questo che ha fatto perdere alla Massoneria moderna la comprensione di ciò che essa conserva ancora dell’antico simbolismo e delle tradizioni di cui sembra essere, bisogna ben dirlo, malgrado tutte le sue insufficienze, l’unica erede nel mondo occidentale? Se ci si obietta che, a riprova delle preoccupazioni sociali dei costruttori, esistono le figure satiriche e più o meno licenziose che si riscontrano talvolta nelle loro opere, è facile rispondere: queste figure sono destinate, soprattutto, a confondere i profani, i quali si fermano all’apparenza e non riescono a cogliere quello che di più profondo esse dissimulano. D’altronde, si tratta di qualcosa che è ben lungi dall’essere specifico dei costruttori; certi scrittori, come Boccaccio e Rabelais soprattutto, e molti altri ancora, hanno adottato la stessa finzione ed hanno usato lo stesso procedimento. C’è da credere che questo stratagemma sia ben riuscito, poiché ancora oggi, e senza dubbio più che mai oggi, i profani continuano a cascarci.
Se si vuole andare in fondo alla questione, occorre vedere nel simbolismo dei costruttori l’espressione di alcune scienze tradizionali, che si riallacciano a quello che, in maniera generale, si può indicare col nome di “ermetismo”. Ora, dal momento che noi parliamo qui di “scienze”, attenzione a non pensare che si tratti di qualcosa di paragonabile alla scienza profana, la sola conosciuta da quasi tutti i moderni; e sembra che una tale assimilazione traspaia anche in Bédarride, il quale parla di “forma mutevole delle conoscenze positive della scienza”, il che si adatta propriamente ed esclusivamente alla scienza profana; e che, prendendo alla lettera delle immagini puramente simboliche, crede di scoprirvi delle idee “evoluzioniste” ed anche “trasformiste”, idee che sono in totale contraddizione con ogni dato tradizionale. Già in molti nostri lavori abbiamo sviluppato a lungo la distinzione essenziale fra la scienza sacra o tradizionale e la scienza profana, e quindi non pensiamo di ripetere qui tutte quelle considerazioni, non di meno abbiamo ritenuto opportuno richiamare una volta di più l’attenzione su questo punto capitale.

E concludiamo in breve: non è senza ragione che Giano, presso i Romani, fosse insieme il dio dell’iniziazione ai misteri e il dio delle corporazioni di artigiani; e non è parimenti senza ragione che i costruttori del Medioevo conservassero le due feste solstiziali dello stesso Giano, feste divenute, col Cristianesimo, quelle dei due San Giovanni, d’inverno e d’estate…”

 René Guénon

A propos des constructeurs du Moyen Age, pubblicato ne “Le Voile d’Isis”, gennaio 1927. Traduz. italiana in René Guénon, Studi sulla Massoneria ed il Compagnonnaggio.

NOTE

 1. Ultimamente abbiamo avuto modo di rilevare, nella cattedrale di Strasburgo e in altri edifici dell’Alsazia, un gran numero di marchi di tagliatori di pietra, i quali risalgono ad epoche diverse, dal XII secolo fino all’inizio del XVII secolo; fra questi marchi ve ne sono alcuni molto curiosi, in particolare abbiamo ritrovato lo swastika, al quale allude Bédarride, in una delle torrette del campanile di Strasburgo.

2. Si veda Le Voile d’Isis, febbraio 1929. 3. I Compagnoni del “Rito di Salomone” hanno conservato fino ad oggi il ricordo del loro legame con l’Ordine del Tempio.
4. Questo modo di vedere le cose è, in gran parte, quello di Aroux e di Rossetti per ciò che riguarda l’interpretazione di Dante (…). In merito, è molto eloquente l’esempio di certe organizzazioni musulmane, in cui le preoccupazioni politiche hanno soffocato, in qualche modo, la originaria spiritualità.

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