Santuario di Elymais

ELYMAIS

Elymais (Ἐλυμαΐς) è il vocabolo greco che all’epoca dei Parti designava la regione che la Bibbia chiama Elam (עֵילָם), corrispondente all’attuale Iran sud-occidentale e ad un lembo dell’Iraq sud-orientale.
Nella Bibbia, Elam – dal quale la regione mutuò il nome – è il figlio di Shem e il nipote di Noach.
La civiltà elamita, considerata la proto-civiltà persiana, risale al V millennio a.C.
Nel Regno di Elymais, annesso all’Impero Partico, si realizzò la compresenza di culti semitici, iranici ed ellenistici. Esso fu perciò una terra-ricettacolo della Luce.
Le cifre spirituali di Elymais sono meraviglia, rigenerazione nell’arcano, fervore da cui si genera la dottrina virginale della Libera Muratoria.

L’EPOCA DEI PARTI E LO SPIRITO MURATORIO

Il periodo che va dal III sec. a.C al III secolo d.C. è forse quello di somma effervescenza spirituale nella storia umana; certamente quello in cui si è registrata la più feconda sinergia tra diverse visioni spirituali del mondo: in questo tempo si manifestarono l’essenismo e la kabbalah, il cristianesimo (la visita dei Magi a Gesù prefigura il nesso tra la fede cristiana e quella zoroastriana), le religioni manichea e mandea, l‘ermetismo egizio, il neoplatonismo e il neopitagorismo.

Fu un’epoca di portenti ideativi, ispirati dal Dio luminoso, di cui Zarathushtra fu l’Araldo; Dio lucente e costruttivo la cui visione, nell’alveo dell’Impero Partico (ma altresì in Palestina, nella Roma augustea e nell’Egitto dell’epoca ellenistica) si intreccia lungo canali sottili con altri percorsi dello Spirito, li compenetra e li feconda.

 


DENTRO IL POLO MASSONICO D’ORIENTE E OCCIDENTE

Nato come Corpo Rituale, il Santuario di Elymais si è svelato alla visione dei pochi fratelli che lo hanno visitato come il vero polo spirituale massonico “d’Oriente ed Occidente”, propulsore dell’universalità dell’Arte, così come York è l’ombelico della Muratoria cristiana. Tre gradi vi sussistono, dopo che – agli esordi – un settenario graduale dava ospitalità ad altre tradizioni: Cavaliere di Rimembranza (o dei Mondi Perduti), Cavaliere del Sole e Araldo del Buon Pastore
Il Cavaliere di Rimembranza è dedito a difendere e trarre dall’oblio le polle spirituali che si rinvengono nei miti atlantidei e in quelli elamiti, sumerici, accadici, assiro-babilonesi. La cosiddetta “Stella Assira” costituisce uno dei simboli archetipi del grado.

Il Cavaliere del Sole, solo parzialmente affine al 28° del Rito Scozzese A. e A.., esplora le spiritualità solari, da quelle egizie e persiane a quella fluente dallo Shemesh Tzedakah (Sole di Giustizia) del profeta Malachia, poi manifestato dal Cristo.
E da una “imitatio Christi” trae alimento il grado di Araldo del Buon Pastore

(che riprende un grado dell’effimero Persian Rite di memoria ormai bisecolare), nel quale, a partire dalle sottili implicazioni delle preghiera mazdea Ahuna Vairya, la pastoralità viene assunta come paradigma d’amorosa cura e forza divina ed evocata anche nelle figure dell’amesha spenta Bahman (una delle somme entità del Mondo di Luce nel Mazdeismo), di Orfeo, del “pastore-marinaio” degli inni mandei:

Un pastore son io, che ama le sue pecore
su pecore ed agnelli io veglio
Le carico sul collo ed esse non si allontanano dal borgo
Sulla riva del mare non le porto, perché non vedano il turbinar dell’acque
non si spaventino e se hanno sete non bevano di quelle.
Le porto lontano e le abbevero con la coppa della mano
fino a che hanno bevuto a sazietà.
Le conduco al buon ovile e lì loro mangiano vicino a me
Dalla bocca dell’Eufrate ho portato loro splendori di mirabile bontà
mirto e bianco sesamo e stendardi di luce.
Le ho pulite e lavate e profumate con i gusti dolci della vita
Ho messo intorno a loro una cintura alla cui vista tremano i lupi….
Ladro non entra nel recinto e il coltello esse non devono temere…

Mentre il mio gregge riposava quieto e la mia testa posavo sulla soglia
uno squarcio lacerò le altezze e il tuono rimbombò alle spalle
le nubi si avvinghiarono, si scatenarono tempeste furiose
la pioggia si riversò a cascate…i mari balzarono via
inondando il mondo intero …
Io chiamo le mie pecore:
“Pecorelle, pecorelle mie! Alzatevi al richiamo…
Venite a me! Io sono il pastore la cui barca verrà presto…!

Nella Natività,così come narrata da Luca, forte è l’accento sul ruolo dei pastori. Un angelo annunzia loro la buona novella della nascita del Cristo, essi accorrono, poi diffondono quanto hanno veduto,  lodando e glorificando Iddio.

La “tintura” pastorale è fondante nelle Gatha, gli inni di Zarathushtra, ove Geush Urvan  – l’anima della giovenca, che simbolizza quella dell’intera Buona Creazione vessata dal male – si rivolge all’assemblea celeste dicendo: “Non ho pastore all’infuori di voi / dunque, preparate buoni pascoli per me” (Y. 29, 1). La preghiera zoroastriana Ahunvar ribadisce la equivalenza tra mansione pastorale, difesa dei deboli e regalità divina, quando afferma che quest’ultima spetta a chi “drigubyō dadat vāstārem”“dà aiuto agli indigenti”: vāstār (dalla radice vah), “colui che protegge”, diviene il pastor latino.

E in Israele re David canta “Il Signore è il mio pastore/ Non manco di nulla/ su pascoli erbosi mi fa riposare” (Sal. 23, 1).
A sua volta, David è sia pastore che musico. Nella Grecia arcaica, lo era Orfeo: al suono della lyra (che alla sua morte si tramuterà nell’omonima costellazione, in cui si trova la stella Vega, chiamata Vanant nell’Avesta), gli animali si raccoglievano in pace estatica; Orfeo capta la musica delle sfere e quell’armonia, che udì e di cui fu latore anche Pitagora, è presente in pienezza, senza il supporto di strumenti musicali, alla Natività del Cristo.

Ecco, allora, la Parola di Dio (Logos) includere il crisma pastorale, che deve governare la buona creazione, e quello musicale, che costituisce un linguaggio creativo, superiore e universale.

                                                                                                                                           

UNA VISIONE ELYMAITA: IL MAZDEISMO CRISTIANO

Il Mazdeismo cristiano (o mazdeo-cristianesimo) è una dottrina spirituale fondata sull’idea che vi sia una parentela spirituale tra Zarathushtra (Zoroastro) e Gesù Cristo, rivelatori della vera natura di Dio, Padre Celeste, chiamato anche – dai seguaci odierni di tale orientamento – “il Saggio e Buon Signore”. Si tratta di una concezione antica, le cui radici affondano nelle sintesi spirituali che fiorirono all’epoca dell’Impero Partico (III sec. a.C. – III sec. d.C.), ma ha assunto nome e lineamenti attuali nel decennio conclusivo del ‘900.

Leggiamo nella “Dichiarazione di principi mazdei cristiani”:

         “Agli albori della civiltà – sul finire dell’età del bronzo – Zarathushtra, l’Araldo del vero Iddio, annunciò al mondo la divina Parola-Luce, in cui hanno fondamento verità, virtù, ordine e purezza. Chiamata Asha [1] nelle Gatha e Logos nel Vangelo di Giovanni, essa – prima filiazione di Spenta Mainyu, il Santo Spirito procedente da Dio – avrebbe dato forma, coesione ed armonia al cosmo archetipo, secondo un disegno glorioso fluente dall’essenza stessa del Padre. Ma contro la Buona Creazione – secondo la dottrina che abbiamo ricevuto – si avventò, con moto inconsulto, la forza distruttiva di Angra Mainyu (Ahriman) / Satana, avversario del Santo Spirito per ottusa scelta falsificante: dal caos che ne seguì ebbe origine la morte, entrata nel mondo per “invidia di Satana” (Sap. 2, 24)…. Gesù Cristo, Salvatore (Saoshyant), incarna la Parola-Luce – prima filiazione di Dio – nella Sua vita, nella Sua morte in Croce e nella Sua Resurrezione, ed è perciò chiamato “Figlio di Dio”. Lo è, nella visione mazdea cristiana, in modo speciale, esemplare, ma non esclusivo: del resto, egli sollecita l’uomo a quella stessa filialità. Sulla scia di tale appello David Lazzaretti, scendendo dal monte Labbro nell’agosto 1878 per affrontare il martirio, poté esortare i seguaci – birocciai, contadini, donne, bimbi – dicendo: “Voi siete tanti Cristi…”“[2]

Nella dottrina mazdea cristiana, a monte della confluenza tra i mondi spirituali di Iran e Israele sta la figura arcana di Noè, il Patriarca della Mesopotamia, il primo che le Scritture chiamano “uomo giusto” ( ‘ish tzaddik, Gen. 6,9). Attraverso la diaspora della sua discendenza (Shem, Cham e Yaphet), egli diviene il padre di tutte le nazioni: d’altronde la saga diluviana è tramandata da oltre cinquanta miti, in molti dei quali il protagonista – Ziusudra (Sumeri), Utnapishitim (Babilonesi), Yima (Persiani), Deucalion (Greci) è, alla stregua di Noè, legislatore [3] e vivificatore, binomio non casuale se, come ricorda Giuseppe Mazzini, “senza legge non v’è vita“.

Noè coltiva per primo la vite e ne trae il vino (l’una e l’altro segni di vita cristica), sopravvive alle acque mortifere e vede la terra risorgere dopo la quarantena, in tal modo prefigurando la resurrezione di Cristo come evento cosmico. È il portatore dell’eterna alleanza che Cristo rinnova in perpetuo mediante il Santo Spirito. L’arcobaleno, i cui sette colori indicano i Sette Agenti di Dio nella creazione e le cui innumerevoli gocce alludono alle miriadi di spiriti (fravashi nel linguaggio mazdeo) usciti dal grembo divino, è il sublime sigillo di tale alleanza. Per questo, quando un arcobaleno appare nel cielo, i mazdei cristiani cantano i versetti 12-16 di Genesi, 9.

Antecedenti ideali 

Già nel primi secoli del Cristianesimo vi furono individui e comunità che riconobbero la continuità tra la missione di Zarathushtra e quella di Gesù. Ciò avvenne in forme alquanto nebulose entro il filone gnostico, come dimostra l’Apocrifo di Giovanni  (II sec. d.C.) (anche un neo-gnostico come Rudolf Steiner [1861-1925], nel suo commento al Vangelo di Marco, avrebbe proposto il tema in modo alquanto confuso), più nitidamente in tradizioni armene e siriaco-orientali raccolte in alcuni Vangeli dell’Infanzia e più tardi nel Libro dell’Ape, opera di Solomon vescovo nestoriano di Bassora (XIII sec.), il quale si spingeva fino ad affermare, nel capitolo trentasettesimo, l’identità spirituale tra Zarathushtra e Gesù.

La continuità ideale tra l’Araldo e il Salvatore fu affermata da Mani (216 ca. – 277 ca.) e indirettamente assunta dal filone dualista entro il Cristianesimo medievale (Pauliciani, Bogomili,Catari, che tuttavia – come già Mani – si allontanarono in parte dal messaggio, connotando in senso del tutto negativo la natura, ciò che né Zarathustra né Gesù avevano fatto), ma pure in ambito cattolico vi furono assertori di tale idea, ad esempio i filosofi dell’Accademia neoplatonica fiorentina (XV-XVI secc.), come Marsilio Ficino e Pico della Mirandola – influenzati dall’insegnamento del bizantino Giorgio Gemisto Pletone (1355 ca.-1452) – e più tardi, nel ‘700, Andrew Michael Ramsay (1686-1743), discepolo del quietista Fénelon e autore di quei Voyages de Cyrus (1727) in cui gli intrecci mazdeo-cristiani sono evidenziati con toni fortemente empatici.

Anche tra gli “spirituali” della Riforma protestante non mancò chi si connesse all’elemento “iranico” del Cristianesimo. Un caso eclatante fu quello della mistica inglese Jane Leade(1624-1704), che indicava nei Magi gli istruttori delle anime in Paradiso e nello “spirito di Ciro” (l’imperatore persiano che consentì agli ebrei di ricostruire il Tempio e che Isaia chiama mashi’ach, unto di Dio) la vis a tergo di una possibile restaurazione del vero Cristianesimo[4]. In ambito protestante, ancora, non possiamo dimenticare Wilfred Monod(1867-1943), pastore e teologo della Chiesa Riformata di Francia, che nella sua opera Le problème du Bien (1934) proponeva una lettura vigorosamente neo-dualista del messaggio cristiano, evocando la visione-madre di Zarathushtra. Tra gli anglicani, il teologo, più noto come scrittore, Clive Staples Lewis (1898-1963) propose in Mere Christianity (1952) una versione “militante” del Cristianesimo contigua in più punti allo spirito zoroastriano.

Nel ‘700 fu soprattutto nell’orbita della Massoneria – erede dello spirito neo-platonico rinascimentale – che la fede di Zarathushtra venne integrata nell’ethos ebraico-cristiano: una missiva (1735) della Gran Loggia di Londra ai “fratelli” di Calcutta elogiava gli Zoroastriani e ne raccomandava l’iniziazione all’Arte muratoria in quanto epigoni in loco del lignaggio di Noè; nei discorsi di Loggia, gli oratori – spesso chaplains, ministri di culto incaricati di condurre le preghiere – citavano il profeta persiano tra i precursori della “Luce massonica”; ancora, compositori di fede cattolica appartenenti all’Ordine, come Jean-Philippe Rameau (1683-1764) e Wolfgang Amadeus Mozart (1756-1791), scrissero opere ispirate all’Araldo (rispettivamente Zoroastre e Il Flauto Magico, librettista del quale fu un altro Libero Muratore, Emanuel Schikaneder), e uno dei pensatori più originali formatisi nelle Logge, Louis Claude de Saint-Martin (1743-1803), propose una visione cristiana particolarmente attenta alla tragedia del male nel cosmo, sottoscrivendo l’idea – già esposta nei testi zoroastriani medievali – che la creazione dell’universo “denso” avesse mirato a imprigionare lo spirito distruttivo, impedendogli così di contaminare i mondi spirituali.

Nel corso dell’Ottocento, infine, entro diversi Corpi Rituali massonici, abbinati a contenuti cavallereschi e cristiani, presero forma gradi di ispirazione mazdea (Cavaliere del Sole, Dottore degli Ized/ Yazata, Buon Pastore, ecc.).

All’esterno dell’ambito massonico, non possiamo non ricordare Ralph Waldo Emerson (1803-1882), dapprima ministro della Chiesa Unitariana a Boston, poi libero religioso ed esponente del movimento letterario e filosofico definito Trascendentalismo: egli amò la fede di Zarathushtra e da essa trasse ispirazione in quella “distillazione” dello spirituale nella natura, che fu al centro della  intuizione trascendentalista.

Agli inizi del ‘900 si sviluppò negli Stati Uniti, per poi diffondersi anche in Europa (particolarmente in Germania, dove sarà perseguitato da regime nazista), il movimento Mazdaznan, fondato da Otto Hanisch (1844-1936), che tentò di connettere a livello leggendario Mazdeismo e Cristianesimo (Gesù, nella sua dottrina, era ariano) e di stabilire Anahita – l’angelo femminile delle acque (da lui chiamata Ainyahita) – nel ruolo di proto-profetessa divinizzata, mescolando tali “rivelazioni” con una serie di norme neo-yogiche, respiratorie e dietetiche non sempre chiare e fondate.

Storia recente 

Nell’ultimo scorcio del Novecento, richiamandosi alla prisca theologia di Marsilio Ficino (1433-1499), agli studi compiuti dalla scuola storico-religiosa tedesca nell’Ottocento e alle tesi sostenute da Piero Martinetti (1872-1943) nel suo libro Gesù Cristo e il Cristianesimo (1934), alcuni aderenti alla Chiesa Universalista (Joseph L. Gentili, Michele Moramarco, che nel 2003 avrebbe ricevuto il navjote, ossia l’iniziazione zoroastriana[5]) riproposero sul bollettino Brooklyn Universalist Christian il tema dei nessi tra il messaggio di Zarathushtra (Zoroastro) e quello di Gesù. Da tale ricerca prese forma una teologia mazdeo-cristiana – esposta poi nei volumi La celeste dottrina noachita (1994) e Il Mazdeismo universale (2010) – e sono sorti cenacoli di “Fraternità Mazdea Cristiana”. Negli Stati Uniti d’America, Ken R. Vincent – ministro di culto, studioso di NDE (Near Death Experiences, esperienze ai confini della morte) e membro di redazione del periodico Universalist Herald – fornì un ulteriore, personale apporto all’incontro tra Mazdeismo e Cristianesimo con le opere The Magi. From Zoroaster to the “Three Wise Men” (1999) e The Golden Thread. God’s Promise of Universal Salvation (2005), la seconda dedicata a un’idea assiale nel Mazdeismo cristiano, quella della salvezza di ogni creatura (apocatastasi).

L’universalismo mazdeo cristiano 

Il Mazdeismo cristiano è dunque universalista. In campo religioso, universalismo ha il duplice significato di:

  • fede nella salvezza universale delle creature – al termine di rettifiche, espiazioni e metamorfosi – come volontà e facoltà del Padre Celeste: questa dottrina, per i mazdei cristiani, compendia il più grande amore verso l’umanità;
  • fede nella rivelazione universale di Dio stesso entro le varie tradizioni spirituali e conseguente lavoro di ricerca delle sue tracce.

Rispetto all’Universalismo statunitense, che – con l’eccezione di alcune comunità – si fuse nel 1961 con l’Unitarismo per dare vita alla Unitarian Universalist Association, scivolata verso posizioni radicali e di progressismo oltranzista, la Fraternità Mazdea Cristiana mantiene una posizione ben distinta (e a volte di netto dissenso), considerandosi fedele a valori etici e spirituali tradizionali. Per tali motivi essa guarda con interesse alla recente rinascita cristiana universalista negli States, segnatamente entro la C.U.A (Christian Universalist Association).

L’origine e la scelta universaliste dei mazdei cristiani li sollecitano a collocarsi, rispetto al Cristianesimo, in posizione pan-cristiana. Essi prestano speciale attenzione ai filoni spirituali minoritari della storia e del pensiero cristiani, in particolare a quelli che affermano la visione – di matrice giovannea – della “Luce interiore” (ad es. Valentin Weigel e i teologi quaccheri di tendenza universalista Rufus Jones, Thomas Kelly e Howard Brinton), ma accolgono ogni contributo edificante e illuminante che giunga dalle correnti “ufficiali” della tradizione. Così, dalle Apologie di Giustino e dai sermoni per il Natale di Leone Magno, fino ai testi di autori quali Gabriel Marcel e Hans Urs von Balthasar, Nikolaj Aleksandrovič Berdjaev e Pavel Evdokimov, Ugo Janni e Paul Tillich, innumerevoli sono gli apporti che la fede mazdea cristiana accoglie. Nel medesimo spirito, entrano nel patrimonio ideale della Fraternità talune idee formulate da pensatori indipendenti, ma di chiara tendenza universalista, come gli italiani Giuseppe Mazzini e Aldo Capitini.

Fonti e tratti della spiritualità mazdea cristiana

I mazdei cristiani ritengono che il miglior modo di intendere e testimoniare la fede cristiana sia quello di radicarla – oltre che nelle correnti elohista[6] e noachide (ovvero risalente, secondo la tradizione, a Noè) e nelle istanze di autenticità spirituale proclamate dai profeti di Israele – nelle idee zoroastriane sulla natura di Dio e sullo stato conflittuale del cosmo. A sua volta il messaggio di Zarathushtra troverebbe compimento nella missione di Gesù e nelle concezioni dualiste presenti in varie altre tradizioni spirituali (ad es. il platonismo, il manicheismo e il mandeismo, ma anche nella religione degli Irochesi e in quelle di diverse  etnie “primitive”). A sostegno delle loro tesi, i mazdei cristiani citano, tra numerose altre fonti, la storia evangelica dei Magi (Mt.2, 1-12), gli evidenti influssi iranici sull’ebraismo post-esilico e sulla letteratura intertestamentaria (Libri di Enoch, Salmi e Regola di Guerra degli esseni, ecc.), i richiami – già evidenziati – alle ascendenze zoroastriane della rivelazione cristiana in alcuni vangeli dell’infanzia (arabo-siriaco, armeno).

Nel breviario spirituale utilizzato dalla Fraternità Mazdea Cristiana sono compresi gli inni (Gatha) di Zarathushtra, numerosi Salmi (ebraici, essenici, manichei e mandei), l’Evangelo Vivente (compilazione dai Vangeli canonici e da quelli di Filippo, di Tommaso, della Verità, ecc.), l’Inno della Perla (dagli “Atti di Tommaso”) e l’Inno alla Croce (dagli “Atti di Andrea”).

Intensa, nei quadri spirituali della Fraternità Mazdea Cristiana, la devozione alla Madre Divina: chiamata Armaiti nel Mazdeismo, ella si rivela entro lo stato umano, in modo sublime ed esemplare, nella Beata Vergine Maria (madre di Gesù), madre del Cristo e fonte perenne di purezza e dedizione. In Maria, secondo questa prospettiva, si manifestano altresì Daena, l’angelo della Fede che appare nell’Hadokht Nask e in altri passi dell’Avesta e la “forte” e “immacolata” Ardvi Sura Anahita, angelo delle acque cosmiche. Per questo oltre al Saluto Angelico (base, con il canto di Elisabetta, dell'”Ave Maria”) e al Magnificat, i mazdei cristiani recitano le benedizioni a Daena e Anahita, nonché, con particolare intenzione, il secondo versetto del 12° capitolo dello Yasna: “speñtãm ârmaitîm vanguhîm verenê, hâ-môi astû” (“Scelgo la buona santa Armaiti, che ella sia mia”).

La dottrina virginale che i mazdei cristiani ereditano da vari filoni del Cristianesimo, vede nelle arcane “tre Vergini” (lo Spirito di Dio, “Ruach Elohim”, che “covava” sulle acque;Sophia, la Saggezza, che era con lui all’atto della creazione; l’Adamo celeste, di natura androgina) le matrici del sacro stato di Maria.

La Fraternità venera altresì le entità nelle quali – secondo la dottrina ricevuta – l’Unità divina si rifrange, e che formano i ricettacoli delle Sue qualità: Amesha Spenta, Yazata e Fravashi celebrati dall’Avesta; Arcangeli, Angeli e Spiriti nella tradizione ebraico-cristiana. In particolare, essa evidenzia l’affinità di ruoli esistente tra Mithra e l’Arcangelo Michele e tra Sraosha e l’Arcangelo Gabriele. L’innumerevole pluralità degli esseri celesti è, per i mazdei cristiani, un segno della bontà, della saggezza e della bellezza infinite di Dio.

Una prospettiva esistenziale e sociale

Accanto alle “essenze” che apparentano Mazdeismo e Cristianesimo (ad es. la metafisica della Luce e della Parola, presente sia nelle Gatha di Zarathushtra sia nel Vangelo secondo Giovanni), i mazdei cristiani ritengono decisivi i tratti esistenziali (l’angoscia, la scelta, il rapporto personale con Dio, ecc.).

Secondo la “Dichiarazione di principi…”, la Fraternità Mazdea Cristiana “vive di una fede esistenziale che le consente di accogliere – accanto alla gioia radiosa da effondere:”gioia a colui tramite il quale è gioia ad altri”, proclama la Gatha Ushtavaiti (Y. 43,1) – anche la malinconia e l’angoscia: “in quale terra fuggirò? dove andrò?” (Y. 46,1) si chiede smarrito Zarathushtra, osteggiato perfino dai suoi; “Gesù pianse” (Gv. 11, 35) vedendo l’amico Lazzaro morto, e nel Getsemani fu colto “da una tristezza mortale” (Mt. 26, 38) dinanzi alla prospettiva della propria fine terrena. In tali assensi alla fragilità, alla caducità dello stato umano, si può intravedere l’alterità dello Spirito rispetto ai meccanismi della vita fisica, dunque un varco verso la trascendenza. In modo simmetrico, il paradosso e l’umorismo – nella leggenda pahlavi Zarathushtra nacque ridendo – superano le strettoie della materia, dunque rientrano, se rettamente intesi, nella sacra disciplina“[7].

Per la Fraternità Mazdea Cristiana, la giustizia – sintesi dell’Intelletto e dell’Amore emanati da Dio – deve essere la meta principale degli uomini. “Cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia…” (Mt. 6, 33). Proprio perché ancorata al Regno, essa non è compiutamente realizzabile nel “mondo della mescolanza”, il nostro, ma il singolo e le comunità devono comunque tendere ad essa, affermando, con la regalità sociale del Cristo, il vero “diritto divino” che discende da Khshathra Vairya (Regno Sublime), uno degli Amesha Spenta venerati nel Mazdeismo.

Note

1.  vocabolo polisemico che ingloba appunto la varietà di significati citati

2.  cfr. F.M.C., Dichiarazione di principi mazdei cristiani, p.1

3. la tradizione noachide, che ha avuto un rigoglioso sviluppo negli ultimi decenni, come attesta il moltiplicarsi di gruppi di “Bne’i Noach”, figli di Noè, nel mondo, sottolinea l’universalità dell’etica proposta dalle “Sette Leggi” (contro idolatria, blasfemia, furto, assassinio, rapporti sessuali illeciti, crudeltà verso gli animali e a favore della giustizia, tanto sul piano giuridico quanto su quello sociale) che il Talmud attribuisce al proto-patriarca

4. cfr., al riguardo, la visione del 19 febbraio 1696, riportata in The Ark of Faith e il par. 15 di A Message To The Philadelphian Society (1696), ambedue reperibili online nell’edizione originale http://www.passtheword.org/jane-lead/

5. sul primo navjote celebrato in Italia

v. http://www.zoroastrian.org.uk/vohuman/Article/On%20becoming%20a%20Zoroastrian%20in%20Italy.htm#_edn1a

6. la tradizione elohista include l’idea radiosa di Dio, nel contempo unico e plurale (Elohim), attestata dal primo capitolo del Genesi, prima che quella detta “jahvista”, a partire dal secondo capitolo, introduca tratti di “chiusura” poi dominanti nel Pentateuco

7.  F.M.C., Dichiarazione di principi mazdei cristiani, p.2

Bibliografia essenziale 

  • Fraternità Mazdea Cristiana, Dichiarazione di principi mazdei cristiani (F.M.C., Bologna 2012)
  • Martinetti P., Gesù Cristo e il cristianesimo [1934] (2 voll., Il Saggiatore, Milano 1972)
  • Monod W., Le problème du Bien (3 voll., Alcan, Paris 1934)
  • Moramarco M., La celeste dottrina noachita (Ce.S.A.S, Reggio E. 1994)
  • Moramarco M., Il Mazdeismo Universale. Una chiave esoterica alla dottrina di Zarathushtra (Bastogi, Foggia 2010)
  • Vincent K.R., The Magi. From Zoroaster to the “Three Wise Men (Bibal Press, North Richland Hills, Texas, 1999)
  • Vincent K.R. The Golden Thread. God’s Promise of Universal Salvation (Universe, Lincoln, NE, 2005)

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