Janualia

IL COLLE JANUALE E IL RISVEGLIO DEL R.F.I.

Nella provincia di Reggio, a pochi chilometri da Scandiano, c’è il paese di Jano. Il toponimo richiama lo “janus”, l’arco sacro alla deità laziale Giano, che veniva spesso costruito, quasi come porta (“janua”), nei luoghi in cui si aprivano grandi spazi.
A Jano le ultime propaggini dei lunghi appennini cedono il passo alla pianura padana. E alla destra del paese si alza con imponenza dolce un colle, dai declivi lievi. Alla sua sommità sta un osservatorio astronomico.

Nel cuore del colle si trova il polo spirituale del R.F.I. (Rito Filosofico Italiano), “risvegliato” in virtù della patente del Conte Vicario risalente alle none di novembre del 2750 a.U.c. ; per questo nel lessico del Rito esso è designato come “Nuovo Gianicolo” e l’elevazione al VII grado ha luogo ivi (in alternativa, solo in siti di cui sia accertata o accertabile l’impregnazione januale).
Il R.F.I., scevro da qualsiasi posizione “neo-pagana”, è stato ispirato dall’anima buona dell’uomo di Dio Quirico Filopanti e attinge, oltre che ad alcuni aspetti della traditio januale e di quella pitagorica, agli strati più profondi del platonismo cristiano rinascimentale. Esso è, in sostanza, un veicolo della Rosa+Croce italica.

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IL FUOCO COSMICO E LA CREAZIONE DELL’UNIVERSO

Sino dai primordi dell’umanità i nostri progenitori adoravano il disco solare che forniva loro luce e calore. Nel dualismo luce-tenebre erano contenuti i significati più profondi della loro interpretazione animistica della natura. Al buio erano associati il terrore e la morte che potevano essere esorcizzati solo con l’accensione di un fuoco artificiale dato che il sole, fuoco cosmico, era spento.
Nella storia dell’umanità,tra i primi popoli organizzati stabilmente ricordiamo gli egizi che adoravano, da politeisti, il disco solare Amon primo tra molte altre divinità.
Si deve ad Akhenaton, noto nella dinastia faraonica con il nome ufficiale di Amenofi IV, la prima rivoluzione religiosa in senso monoteista che propugnava come unico Dio il dio sole (Ra) identificato attraverso Aton divinità unica ed assoluta rappresentante il fuoco cosmico progenitore di tutto il creato.

La risposta scientifica a questa tipologia di interrogativi, di tipo trascendente, e pertanto non razionalmente interpretabili,  viene però fornita dalla fisica moderna.
Se  prendiamo in considerazione il problema cosmologico della creazione della materia e pertanto del cronotopo spazio/tempo, le moderne teorie scientifiche ritengono che l’universo abbia avuto origine in un preciso istante, in un lontano ma finito passato databile in un intervallo temporale compreso tra 15 e 16 miliardi di anni. Un evento straordinario, atto originale della creazione, prima del quale tutto era compresso in una singolarità, ha dato origine, attraverso il “big bang” ad una stragrande, ma numerabile molteplicità di fuochi cosmici.
L’atto della Creazione, secondo le nostre conoscenze, ha portato necessariamente alla formazione della materia, costituente l’attuale universo, attraverso un processo di trasformazione ovvero di conversione di energia in materia.
Allo stato delle attuali conoscenze scientifiche, questo processo è interpretabile in accordo  alla relazione di equivalenza Massa-Energia:

E = ΔM · c²

essendo:

E l’energia prodotta,

ΔM la variazione di massa che si verifica nella reazione nucleare.

Tale relazione, dapprima solo ipotizzata per via teorica da Einstein e poi dimostrata anche sperimentalmente, ci indica che, nella materia, è concentrata una grande quantità di energia essendo presente come fattore di amplificazione la costante c² (essendo c la velocità della luce nel vuoto, numero notoriamente molto elevato). Letta in senso inverso, la relazione ci dice anche che, per creare la materia, partendo dalla pura energia (atto della creazione dell’universo fisico) è necessaria una quantità straordinaria di questa grandezza che potremmo anche indicare come “materia potenziale”.
Allo stato attuale delle conoscenze, l’uomo è riuscito ad interpretare le modalità di funzionamento del fuoco cosmico attraverso la reazione nucleare di fusione propria delle stelle ed a riprodurre il processo inverso a quello della Creazione.
La grande liberazione di energia, proprio delle reazioni nucleari di fusione, grazie alla conversione diretta massa – energia, può essere correttamente interpretata attraverso il difetto di massa, grandezza misurabile. L’interpretazione scientifica della reazione di fusione nucleare consente altresì di comprendere una delle caratteristiche peculiari del fuoco cosmico, che è quella di poter bruciare ininterrottamente e stabilmente, per diversi miliardi di anni, prima di esaurirsi e dar luogo ad altri processi naturali, complessi ma scientificamente prevedibili.
Attualmente, il processo di conversione massa-energia è utilizzato nei reattori nucleari  funzionanti secondo il processo di fissione nucleare, e lo sarà, molto probabilmente nei prossimi decenni, in quelli futuri funzionanti secondo i principi della fusione nucleare.
In siffatte macchine, costruite dall’uomo, con temperature del plasma, “fuoco cosmico artificiale” prossime a cento milioni di gradi, i notevoli valori di energia prodotta, si ottengono sfruttando reazioni di tipo nucleare attraverso cui si verifica il fenomeno della variazione della massa degli elementi (o isotopi) reagenti, convertito prontamente in energia in obbedienza all’equazione di equivalenza massa- energia di Einstein
La reazione di fusione nucleare, che si produce nel sole e nelle sorgenti stellari, è invece il “fuoco cosmico naturale”  che si realizza attraverso la conversione di nuclei idrogeno in nuclei di elio cioè di elementi leggeri ed abbondanti, dovendo noi ricordare, a tal proposito, che l’idrogeno costituisce oltre il 90% della massa presente nell’intero universo.

Se pensiamo alle stelle, corpi celesti che brillano di luce propria grazie al fuoco cosmico, possiamo ipotizzare che la forza gravitazionale, sfruttando le caratteristiche termodinamiche e meccaniche della nube di idrogeno atomico primordiale, abbia determinato il collasso del plasma cosmico innescando le reazioni proprie della fusione nucleare stellare. Siamo così in grado di fornire una interpretazione scientifica della creazione delle  stelle, sorgenti di energia praticamente inestinguibile, la cui fase stabile dura ormai da alcuni miliardi di anni.
Non abbiamo invece, nel senso della riproducibilità del fenomeno, la chiave di lettura del processo inverso, ovvero della Creazione cosmica che consiste nella creazione della materia partendo da un’energia primigenia.

Poiché il cronotopo è proprietà intrinseca della materia stessa, si può affermare che, prima del big bang, neppure lo spazio ed il tempo esistevano e, tutto quello che ora interpretiamo come universo fisico, abbia avuto origine negli istanti temporali successivi alla Creazione.  In realtà l’uomo scientifico, conoscitore dei principi fondamentali della Relatività ristretta e generale, comprende che, nella singolarità iniziale, spazio e tempo si annullano e, pertanto, non ha senso chiedersi cosa ci fosse “prima” del big bang.
L’ipotesi scientifica – e ormai consolidata – della Creazione consente una interpretazione razionale della generazione dell’universo fisico, conducendo di necessità all’ignizione d’un mega-fuoco cosmico.
Questa consapevolezza scientifica riporta necessariamente l’uomo all’idea di un Creatore, Grande Architetto e Costruttore di questo immenso edificio che rappresenta l’universo.
Sappiamo che, se un Creatore esiste in qualsiasi forma, non potremo ricercarlo prima dell’Inizio del cronotopo e pertanto dovremo necessariamente ipotizzare l’esistenza di una “Entità essente” prima dell’istante iniziale, che abbia utilizzato quali mattoni della Creazione, la propria natura o energia convertita in massa.

Umberto Verza, MAA

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Il FUOCO SACRO E LA MORTE: NOTE TANATOLOGICHE 

Ram Nam Satya He”. Il nome di Dio è Verità. Sono parole con le quali, nel costume indù, si scorta il trapassato alla pira funeraria, parole che fanno riflettere sul fatto che la cremazione non si riduce necessariamente – come talora pretendono i suoi critici – ad una prassi sbrigativa, negatrice di fede nell’Eterno.
Non è, neppure storicamente, così. Nella civiltà indo-aria, per più versi madre di quella greco-romana, la dissoluzione dei cadaveri mediante il fuoco è intesa proprio come liberazione dell’uomo dalla precarietà, dalla temporalità del suo organismo biologico, e come omaggio alla Divinità, verso la quale – sulle ali del fuoco, anch’esso manifestazione di un’entità celeste chiamata Agni nell’Induismo – s’innalza la sua parte “sottile” e immortale.
Il fuoco vedico (da “Veda”, titolo del più antico testo sacro indù) è altresì collegato alla dimensione famigliare: consumando in esso il proprio involucro materiale, lo spirito umano si avvia lungo il “pitriyana”, il sentiero dei padri, degli antenati, che lo orienterà verso quelle dimore di Luce da cui lo stesso fuoco trae la propria essenza.
Dal focolare domestico alla patria celeste, attraverso la pira funeraria: così, nella civiltà vedica, il fuoco ricollega lo spirito umano a un ciclo di generatività e radiosità che ben poco ha da spartire con le idee di nulla, di oscurità e di estraniazione, comunemente associate alla morte.

Potremmo dunque assimilare la cremazione, per chi la viva con spirito religioso, a un “rituale igneo”, a una celebrazione spirituale associata al fuoco in quanto simbolo dell’energia vivificatrice, purificatrice e trasformatrice di Dio. Nella stessa categoria, ancorché con diverse gradazioni, si trova l’accensione di candele e di fuochi, presente in tutte le tradizioni religiose e comportante lo scioglimento, l’incenerimento o la vaporizzazione di elementi naturali.
Anche la “esposizione al Sole” sulle Torri del Silenzio, praticata dai seguaci della religione zoroastriana (che generalmente non cremano i cadaveri non volendo che il fuoco, essenziale nella liturgia, sia in alcun modo “contaminato” dalla morte), rientra comunque nella categoria dei “rituali ignei”, il Sole essendo una condensazione sferica – e storica – del Fuoco primordiale. Essa rimanda altresì all’idea, cara ai cremazionisti che optano per la dispersione delle ceneri, della restituzione del corpo alla natura: sulle Torri del Silenzio, prima che le ossa siano consumate dall’azione congiunta dei raggi solari e della pioggia, gli avvoltoi trovano cibo per sé, immagine che agli occhi di molti cristiani appare macabra e irriguardosa, mentre per gli zoroastriani ortodossi sono semmai sacrileghi i cimiteri, veri e propri templi dedicati al demone della decomposizione.

Tornando al valore del fuoco tra i simboli spirituali, ricordiamo che nell’Antico Testamento Dio si manifesta in un roveto ardente: Mosè “guardò ed ecco: il roveto ardeva nel fuoco, ma quel roveto non si consumava… E Dio lo chiamava dal roveto” (Es. 3: 2, 4); nel Vangelo di Tommaso, una raccolta di detti e atti attribuiti a Gesù, in uso presso le antiche comunità dei cristiani gnostici, leggiamo: “Gesù disse: colui che è vicino a me, è vicino al Fuoco” (Ev. Th., 89).

Possiamo vedere nel Gesù-Fuoco una metafora dell’amore e della libertà supremi, divini, e intendere il rito crematorio come una manifestazione di quell’amore e di quella libertà?

Raccontano gli Atti degli Apostoli (2:1-13): “E il giorno di Pentecoste tutti erano insieme… e apparvero delle lingue di fuoco e se ne posò una su ciascuno di loro. E tutti erano fuori di sé dallo stupore. Ed altri dicevano: sono pieni di vino dolce”. Commenta al riguardo U. Pagnotta: “Il fuoco è libero, ardente, trasformatore…
Pentecoste significa, nel simbolo, rinascita dei cuori ardenti, cioè accesi dallo Spirito del Fuoco ovvero dallo Spirito di Dio…Ecco il fuoco sacro, cioè l’esperienza dell’entusiasmo religioso, ed è una “festa” perché Dio si presenta dentro di noi e perché il Fuoco è unità e determina la fusione dei cuori” (dal sermone per il culto unitariano di Pentecoste, 1986).

E’ possibile vedere nel rito crematorio una simile trasfigurazione “pentecostale” del dolore, una prospettiva di unità, di fusione, di ascesa?

La dispersione delle ceneri fa temere il distacco totale delle tracce corporee dei propri cari. Si avverte, da parte di molti, la necessità di un luogo di conservazione ultima. Se da un lato tale affettuoso bisogno è assolutamente rispettabile, dall’altro non bisogna dimenticare che proprio in chiave spirituale il ricordo dei cari trapassati è tanto più vivo ed efficace quanto più è profondo, ovvero interiore. Per chi crede nell’Invisibile, il rapporto con chi ci precede in esso passa attraverso risonanze intime, intuizioni, ispirazioni. Anche le lacrime di nostalgia sono un “ponte celeste” che ci unisce a loro. Il luogo della conservazione ultima si trasforma così, a partire dalla nostra coscienza, in qualcosa di più vivo dell’urna e del marmo: affidate al vento (che tanto in greco quanto in ebraico è sinonimo di “spirito”), le ceneri volano come frammenti di memoria sui prati e sulle acque, mentre nella camera del cuore permangono le impronte della vita e della mente che avevano animato quelle ceneri.
Nel capitolo dedicato ai rituali funebri di un suo testo religioso, Keshub Chandra Sen, esponente del movimento riformatore indù che si batté per l’abolizione del “sati” (la pratica per cui le vedove erano tenute ad immolarsi sulla pira del marito), scrisse: “Voi, parenti ed amici, non cercate di tenere in gabbia l’uccello dello Spirito, in procinto di volare, ma aiutatelo ad essere libero, affinché possa innalzarsi cantando il nome di Dio”.
Anche nella spiritualità cristiana, peraltro, troviamo concetti che possono supportare l’idea “dispersionista”: poiché nel corpo o nelle ceneri del trapassato la mente umana intravede una simbolica difesa dal dissolvimento dell’ “Io”, sarà opportuno ricordare che, secondo l’evangelista Luca (17:33), Gesù affermava: “Chi cercherà di salvare la sua vita la perderà; ma chi la perderà, la conserverà”.

E’ insomma diffusa, entro i quadri della spiritualità universale, l’idea che bisogna perdersi per ritrovarsi, dissolversi come un suono nell’aria per reintegrarsi nella pienezza.

Michele Moramarco, MCA

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