Preghiera e penitenza

 Penitenza e preghiera – come emerge dai più antichi manoscritti dell’Arte – costituivano rispettivamente premessa e substrato dei lavori massonici. Nel corso dei secoli, entro molte Grandi Logge, tali sante pratiche sono andate perdendosi e così l’atmosfera dei lavori si è via via popolata di impulsi centrifughi, le risonanze spirituali si sono affievolite e molte Logge sono cadute nello stato penoso o disgustoso in cui si trovano oggi.
La penitenza è particolarmente significativa per il Libero Muratore, in quanto corrisponde, nell’operatività, all’eliminazione di ostacoli o detriti che impediscono l’opera di costruzione o la rendono instabile  e pericolosa. Evidente nel Poema Regius, la pratica penitenziale fu recuperata e codificata dalle Logge massoniche russe – di orientamento martinista e rosicruciano – tra fine ‘700 e primo ‘800. Solitudine, digiuno e veglia accompagnavano l’iniziazione  – poveramente surrogate, nelle Logge “moderne”, dalla discalceazione o dal gabinetto di riflessione. Del resto, nella spiritualità russa si trovano altri parallelismi con la disciplina massonica: basti pensare alla ars moriendi praticata da certi monaci ortodossi, che anticipano esistenzialmente la propria morte, e al significato recondito del terzo grado massonico. Proprio la leggenda della morte di Hiram rivela un tratto crepuscolare che ci ricorda come il pentimento e la conseguente penitenza siano, al cospetto della morte, opportunità di santificazione. “Sento una voglia smisurata di implorar perdono, oggi, da tutti” scriveva, dal cuore della sua malattia, il poeta crepuscolare Sergio Corazzini ad Aldo Palazzeschi il 16 novembre 1906.
Per quanto riguarda la preghiera, oltre a quelle del Poema Regius (1390 ca.), del ms. Cooke (1410) – che si differenzia dalle altre perché è rivolta esclusivamente a Dio, senza riferimenti alla Trinità –  e a quella di ringraziamento che apre il cosiddetto Grand Lodge Ms (datato al giorno di Natale del 1583)

[The mighte of the Father of Heaven and ye wysdome of ye glorious Soone through ye grace & ye goodness of ye holly ghoste yt bee three psons & one God, be wh vs at or beginning and give vs grace so to govrne us here in or lyving that we maye come to his blisse that nevr shall have ending. Amen.

La potenza del Padre dei Cieli e la saggezza del glorioso Figlio mediante la grazia e la bontà del Santo Spirito  –  essendo tre persone e un solo Dio –  siano con noi dall’inizio e ci diano la grazia di condurci quaggiù, nel viver nostro, sì da poter giungere alla Sua beatitudine che non avrà mai fine. Amen]

ne troviamo esempi incisivi ancora nel ‘700, soprattutto tra l’ala degli Antients capeggiata da Laurence Dermott. Nel suo Ahiman Rezon del 1756, malgrado la verbosità di alcune espressioni, si implora la vera conoscenza dell’Arte Muratoria  “per i dolori di Adamo, il primo uomo… per il sangue d’Abele….“: Il richiamo iniziale (seguono quelli a Seth, Noè, ecc) è dunque alla sofferenza e rimanda alla necessità che la conoscenza sia conseguita con quella purezza che presume espiazione.

A profonde riflessioni sulla preghiera si dedicò il fratello Carlo Gentile (1920-1984), che insisté sulla necessità di viverla in spirito e prospettiva universali, come scriveva in un testo di istruzione dell’Ordine Martinista degli Eletti Cohen:

La preghiera deve usarsi quotidianamente, costantemente, ma con purità e secondo ispirazione; e sopra ogni altra cosa, deve essere universale. Tu pregherai per tutti…. L’Eone caduto attende la nostra mano soccorritrice…”

ed aggiungeva che gli esseri sub-umani, in primis quelli senzienti, vanno abbracciati nella vera pietas. Stessi concetti egli ribadiva ed ampliava nel suo saggio su La preghiera per il dolore del mondo, in cui introduceva l’idea della preghiera-ponte, lanciata sui vuoti e sulle crepe dell’esistenza, verso Dio.

Benedizioni

La più costruttiva tra le forme oranti è la benedizione. Essa infatti si rivela edificante, sia  per l’oggetto che la costituisce (salute spirituale o corporea, attività umane, ecc.), sia per il suo destinatario. E’ un conferimento di bene, Aldo Capitini avrebbe detto una aggiunta alla realtà. Non si limita a elogiare evidenziando il meglio come la preghiera di lode, né mira a ricevere come la invocazione o la preghiera di petizione (ognuna di queste modalità è peraltro presente nelle orazioni massoniche), ma crea uno stato ideale intorno alla realtà che tocca.
Come osserva Louis-Claude de Saint-Martin all’inizio del Traité des Bénédictions, “nulla esiste se non in virtù delle benedizioni “, e ciò – aggiungiamo – ha un retroterra nel racconto del ciclo creativo secondo il libro della Genesi, dove Dio dice “tov” (buono) delle sue creazioni, in sostanza creandole le bene/dice.
Nella Libera Muratoria vigono benedizioni riferite ai percorsi del lavoro (inaugurazione di una Loggia, posa della prima pietra di un edificio anche non massonico, completamento del medesimo, collocazione di targhe commemorative ecc.). Ma pure praticata in diverse occasioni – a “sigillo” di una tornata ordinaria come di un funerale massonico – è la birkhat ha-Kohanim, la benedizione sacerdotale ebraica (Num. 6, 22-26):

“Il Signore ti benedica e ti custodisca, il Signore faccia splendere il suo volto su di  te e ti abbia in grazia, il Signore innalzi il Suo volto su di te e ti dia pace“.

Un legame sottile quanto tenace unisce la benedizione al senso dell’Eterno. Essa infatti, emanata dal Padre Celeste a sigillo dell’atto creativo, diviene poi – nella vicenda umana così come la Bibbia la tramanda – prima ancora che uno di momenti decisivi del culto, una forma di comunione familiare, tramite la quale i padri trasmettono influssi benefici ai figli e questi li rendono ai padri. Così le generazioni si benedicono attraverso le epoche fino al traguardo del creato. Suggestivo, al riguardo, è quanto scrive il nostro venerato maestro Louis-Claude de Saint-Martin verso l’epilogo della sua vita, nel Mon portrait historique et philosophique :

Verso la fine del 1802, assistetti al matrimonio del giovane d’Arquelai. Suo padre ottuagenario e morente si fece portare ai piedi dell’altare, e venne ad aggiungere le sue benedizioni a quelle del prete. Quindici giorni dopo il padre morì e io assistetti alla cerimonia funebre nello stesso luogo in cui avevo assistito a quella del matrimonio. Allorché vidi il figlio gettare dell’acqua benedetta sulla bara, fui colpito nel vivo dal quadro di questa catena di benedizioni ora dolci ora strazianti che lega tutta la famiglia umana e che la legherà fino alla fine delle cose ….. motivo inesauribile di magnificenze divine”. 

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DAL LEVAR DEL SOLE AL SUO TRAMONTO

Mi mitzrach shemesh ad-mebho’o mehullal Shem Adonai…
Dal levar del sole al suo tramonto, sia lodato il nome del Signore..
.

Ha-shamayim mesap’rim kebhod-El u ma’asé yadav maggid ha-raki’a /yom le yom yabbi’a ‘omer ve laylah le laylah yehabbhe da’at…
I cieli narrano la gloria di Dio e il firmamento proclama l’opera delle sue mani / il giorno ne affida il messaggio al giorno, e la notte ne dà notizia alla notte   

Nemo vohu, nemo vahishtem, Zarathushtra gaethabyo
La preghiera è buona, la preghiera è ottima, Zarathushtra, per le genti del mondo 

I due passi, tratti dai Salmi e presenti in vari rituali massonici, sollecitano alla preghiera assoluta, ossia alla preghiera collocata nell’Eterno (miniaturizzato nel ciclo quotidiano: “dal levar del Sole al suo tramonto sia lodato il Nome di Dio“) e nell’Infinito (simbolizzato dagli spazi cosmici: “I cieli narrano la Gloria di Dio e il firmamento proclama l’opera delle Sue mani“).

Proiettare l’anelito orante, che manifesta il bisogno umano di Dio, sui quadri dell’Assoluto, equivale in qualche modo a togliergli il carattere di “carenza” che in esso sussiste, a divinizzarlo. E’ proprio sulla base di questo processo che nello Zoroastrismo le preghiere (maathra spenta) divengono vere e proprie entità celesti, circolarmente venerate con le preghiere stesse.

Il secondo verso citato dal Salmo 19 (chiamato talora “il salmo degli astronomi”) offre poi una splendida visione della Tradizione: “il giorno ne parla al giorno, la notte ne passa conoscenza alla notte”. Non solo l’uomo, dunque, trasmette la visione: è l’ethos glorioso tutto a custodirne i nuclei fondanti e a trasferirli oltre, nel domani di Dio, fino alla fine equivalente al principio.

Il MCA

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I “CONFRATELLI DELL’AGNELLO DI DIO”

Quella dei Confratelli dell’Agnello di Dio è una unione informale di Liberi Muratori che si dedicano ogni giorno alla preghiera penitenziale. Tale preghiera è sia spontanea, sia tratta da diverse fonti, cristiane e inter-religiose (ad esempio, la pregnante formula di emenda contenuta nella preghiera mazdea Ohrmazd Khodae)
Le invocazioni basilari restano:

– l’Agnus Dei
– la Preghiera del Cuore nelle sue diverse lezioni
– il Salmo 23
– il Salmo 130 (De Profundis) 

Il silenzio orante è altresì praticato, in memoria e onore dei nati morti, e a imitazione dell’uomo di dolore descritto da Isaia:

Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi
non splendore per provare in lui diletto.
Disprezzato e reietto dagli uomini, l’uomo dei dolori
che conosce bene il patire…
Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca;
era come agnello condotto al macello… e non aprì la sua bocca”

                                                                                                                      (Is. 53, 2-3,7) 

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