Messaggi del M.G.A.

 

LA RICONCILIAZIONE DI MINERVA E VENERE 

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Ripropongo qui un articolo uscito sulle pagine di una rivista da tempo scomparsa. Presumo, tuttavia, che abbia una validità in grado proiettarsi entro il 2013. E’ pertanto dedicato a tutti fratelli di qualsivoglia Obbedienza o Rito (anche perché il simbolismo che qui tratto è tipico delle Massonerie “latine” dominate dal R.S.A.A), ma altresì ai membri del Real Ordine, per ragioni che sapranno intuire  e dibattere
 

Triplice è gloria di Minerva. Prima di tutto, per aver generato la figura di Hermathena, grazie all’Unione con Mercurio. In secondo luogo, in quanto simbolo vivente delle facoltà superiori dell’intelletto, capaci di porre ordine nei giardini dell’anima, come indica un famoso dipinto Minerva scaccia i Vizi dal giardino della Virtù di Andrea Mantegna (1431-1506). Infine, perché, nel conciliarsi con Afrodite, ne determina il rinnovamento concettuale, tramite la figurazione della “ Venere armata” o Venus victrix. D’altro canto, è pure triplice l’apoteosi attribuibile a Venere, quando sia riguardata nell’aspetto di Venus Urania e dunque quale simbolo centrale nell’alveo delle riflessioni orfiche e gnostiche. A tale funzione o ruolo si accompagnano infatti – e puntualmente- il suo velarsi e rivelarsi nella ternarietà delle Grazie ( l’amore spirituale, l’amore psichico o “sentimentale”, se si vuole, e l’amore carnale), oltre che nella piena vittoria sulle armi di Marte. Giusto come celebrato da celebri dipinti di Sandro Botticelli (1445-1510) e di Piero di Cosimo (1461/62-1521).

Tutto un complesso di simbologie che consente di meglio intendere taluni dati di fatto, a cavallo fra i secoli XV e XVI. A cominciare, per esempio, dal testo Symbolicae quaestiones dell’erudito Achille Bocchi, tra le cui pagine si trova – fra l’altro- un’incisione raffigurante “Minerva e Venere riconciliate”, sotto il motto Cum virtute alma consentit vera voluptas. Concezione che si può ritrovare- anticipata- nel noto testo di Cicerone (106-43 a.C.) Somnium Scipionis e correlato commento di Macrobio, nonché, e soprattutto, nella splendida “illustrazione” eseguita Raffaello (1483-1520), non a caso conosciuta anche con il titolo de “ Il Sogno del cavaliere”.Un allegoria, quest’ultima, tutt’altro che casuale e di solito interpretata in chiave platonica, scorgendosi nella figura più severa, reggente libro e spada, la rappresentazione della duplice virtù della contemplazione e dell’azione  e nel personaggio muliebre più seduttivo, offrente un fiore,  l’accattivante immagine dell’insidia e della poesia dei sensi. Tale, in grossolana sintesi,  il senso morale dell’ opera dell’Urbinate e  dei suoi antecedenti e conseguenti, letterari e figurativi. Ma ciò non basta. Non basta, per quanto possa apparire già “eroica” un’esistenza che assegni soltanto un terzo del proprio tempo al diletto della sensibilità.

La prospezione esoterica invita difatti a ben altro, trattandosi di superare i bordi della valutazione umanistica strettemente intesa, così che  nelle apparizioni oniriche del Somnium Scipionis e de “ Il Sogno del cavaliere si giunga a riconoscere che vi è espresso un concorde invito a procedere lungo i sentieri segreti che collegano le scienze e alle arti, e viceversa, tramite la guida offerta dalla fenomenologia del sacro e dalle voci delle Muse. Per giungere dove? Per penetrare, aggiungo con le parole di Pico della Mirandola  (1463-1494 ) : “ …...nel sacro e augustissimo tempio, non del falso, ma del vero Apollo …..” ( passo che traggo dal volume De Hominis Dignitate), laddove dovrebbe divenire evidente all’iniziato che è suo compito di tramutarsi interiormente in un astrum, come avvertiva Paracelso (1493-1541 )” …..e non per sé soltanto, ma per sempre con gli apostoli e con i santi”. Facile da proclamarsi, osserverà qualcuno. Più arduo da realizzarsi. Molto più arduo. Mi sia però permesso di subito replicare e di meglio spiegare che lungo il cammino massonico la conciliazione fra Minerva e Venere è sanzionata -e per l’appunto ulteriormente rivelata- dalla loro congiunta riapparizione nel dipinto di Raffaello che si è poco sopra citato, nonché nel quadro, non meno celebre, di Tiziano (1490?-1576),conosciuto sotto il titolo de Amor sacro e profano, ma che rappresenta piuttosto, per la nostra sapienza,  “Minerva e Venere alle fonti della vita”, toccando alla prima dea di custodire i tesori dell’intelletto ( lo scrigno che reca in grembo) e, alla seconda, di manifestarsi quale Anima Mundi, come indica il suo braccio sinistro alzato, recante una sorta di coppa entro il quale si direbbe disceso il fuoco dei labirinti astrali.

Pertanto, qui mi chiedo: Minerva e Venere, come è noto, sono chiamate a  ispirare, rispettivamente, il Maestro Venerabile e il Secondo Sorvegliante, affinché ragione e intuizione abbiano una temperata consonanza in loggia. Ebbene, perché mai mai manca la nota fondamentale che il dio Apollo potrebbe rappresentare entro siffatto accordo, in quanto Musagete? Assenza, a mio sommesso avviso, tanto più ingiustificata, poichè Apollo non è soltanto una singola divinità olimpica, ma colui che meglio esprime la numinosità della totalità del mondo divino e dunque  inadeguatamente sostituito dalla figura dell’eroe Ercole. Non a caso, mi sia consentito di aggiungere, l’ultimo maestro della gnosi rinascimentale, Giordano Bruno (1548-1600), nel designare l’articolazione delle “scienze sacre”, non ebbe remora alcuna nell’asserire che esse potevano e dovevano condurre fino all’Atrium Apollonis o all’Atrium Minervae o nell’Atrium Veneris, ognuno dei quali si dischiudeva, a sua volta,e in modo specifico, sul sacro triangolo di Mens, Intellectus e Amor.

Equivalenze e analogie che rammentano come sia d’obbligo, per il Primo Sorvegliante, non già d’istruire ma bensì d’accompagnare i Compagni d’arte nell’interpretazione esoterica che la scala a chiocciola indica gradino dietro gradino, fino alla soglie della Camera di Mezzo. Ed è lungo tale ascesa – si noti bene- che dovrebbero palesarsi certe difformità dottrinarie e di metodo, a seconda che questo o quel ramo della Libera Muratoria si riconosca in modo peculiare o nell’ascendenza ebraico-alessandrina, o nella ramificazione gnostico-misteriosofica o nel filone cristiano-cavalleresco. Una prospettiva di lavoro interiore che può giustificare la copresenza, entro un tempio massonico, della menorah a sette bracci e della statuaria ellenica, ma avendo ben presente che un conto è accendere le sue luci nel nome di Jahvé e altro consacrare su un separato supporto una o più fiamme, volgendo cuore e pensiero verso l’Afrodite Celeste o verso la “ Santa Sapienza” rappresentata da Pallade Atena. Il dio del Sinai e di Salomone è uno e geloso di ogni pensiero che sia rivolto verso altri archetipi; gli dèi dell’Olimpo,per converso, sanno che qualsiasi forma di politesismo, quando si trovi a essere intrecciata con la filosofia e manifestata dalle arti, contiene in sé la giustificazione, sia del monoteismo sia del dualismo metafisico.

E per ben continuare in quest’opera di chiarimento trovo opportuno rifarmi a Jakob Böhme (1576-1664) e alla sua concezione filosofica e teologica, laddove disegna un concetto della realtà metafisica che si può riconoscere (guarda caso!) come triadico-trinitaria. La Divinità Somma, difatti, vi è concepita come Assoluto infinito, da un lato, e, come tale, con un’essenza distaccata dalla manifestazione cosmica  (Iddio come Ungrund, “Non fondamento”), ma, d’altro canto, anche come Riflesso creativo (Grund, “Fondamento”), rivelato nella Natura tutta, ma a cui si contrappose, fin dal principio dei tempi, e tuttora  e si contrappone una Volontà oscura, uno Spirito di negazione, generatore di tutto che è brama e tormento nei mondi fenomenici. Conseguentemente, egli poteva così parlare all’Uomo di pensiero: ” ….Quando guardi gli abissi, le stelle e la terra, Tu vedi il tuo Dio….(poiché) Tu stesso hai in Lui l’essere e la vita” (dal volume Mysterium Magnum, scritto fra il 1618 e il 1623, come commento al libro del “Genesi”), ma senza dimenticare che ” Ogni uomo porta in sé, in questo mondo, il cielo e l’inferno, bruciando in lui quelle qualità che ha destato….”. Giusto come è detto nell’altra opera böhmiana, Sex Puncta Theosophica  del 1620.

Proseguo e con riferimenti ora scientifici. Punto primo: sarà innanzi tutto opportuno riconoscere, che e,ntro la manifestazione cosmica, opera una tendenza che predispone la materia verso un crescente disordine e una completa dissipazione; la cosiddetta entropia. Punto secondo: Di contro, potrà dirsi egualmente esistente una forza (o frangente, se si preferisce) che sembrebbe invece voler guidare ogni fenomeno del mondo sensibile in modo che si configuri con una crescente complessità, fino a divenire un tema ciclico o un saldo principio architettonico, entro questo o quel regno della Natura. Tale l’ipotesi che introduce l’operante grandezza della sintropia, così come enunciata dal matematico italiano Luigi Fantappiè (1901-1956).  Una tesi non del tutto isolata entro il panorama filosofico e fisico-matematico. Ne sono prova l’energia radiale disseminata in tutta la manifestazione cosmica, secondo le suppposizioni del filosofo e paleontologo Pierre Theilard de Chardin (1881-1955)   e – in particolare-  la vigorosa tesi della entropia negativa del fisico Erwin Schrödinger , in obbedienza della quale risulta che tutto ciò che si configura come informazione” e “struttura”,entro qualunque livello o sfaccettatura dell’Universo,vi immette necessariamente diversificate fluttuazioni di ordine e simmetria. Un ventaglio di concezioni, codeste, che avvalorano la tesi dell’esistenza  di due forze avverse a fondamento del Cosmo, al di qua e al di là dall’ universo fenomenico.

Ebbene, se così è dovrà estrarsi pure un basilare  corollario a proposito del Graal, laddoveuno dei più importanti testi del “Ciclo della Tavola Rotonda”, il romanzo La cerca del Santo Graal, penultima parte dello smisurato poema, Lancillotto in prosa del XIII secolo, si chiude con queste inequivoche asserzioni: “Si tosto come Galaad fu morto ….una mano venne dal cielo  …diritta al Santo vasello e lo prese, e la Lancia pure, e li portarono diritto al cielo, in modo che non vi fosse più uomo tanto ardito che osasse dire d’aver visto il Santo Graal.” Il che significa quanto segue: a) Graal e Lancia sono stati “liberati” dal mondo fenomenico; b) di conseguenza, chiunque pretenda di possederli o ritenga di poterne indicare il luogo di segreta o palese custodia, s’inganna nel modo più grossolano; c) non appartenendo più al livello della nostra manifestazione cosmica, il tesoro graalico non potrà e non dovrà più concepirsi – almeno in questo tempo – come un paio di oggetti con apparenze predeterminate. Ma questo è un discorso che potrò sviluppare in  circostanza.

Per il momento mi basterà ribadire, in sede di conlusioni, che il cosmo appare, a buon diritto, come un campo di battaglia o come il riflesso di una guerra che si combatte forse nell’altrove assoluto …e dunque. Dunque in tale prospettiva, o prospezione che sia, non stupirà che qui si proponga di riconoscere quanto segue: Big-bang e Apocalisse sono da considerarsi,a tutti gli effetti, come fattori di una medesima equazione e quindi simultaneamente presenti, entro e di là dalla manifestazione cosmica, fin dal “principio”. Il che è come asserire che da sempre due avverse Entità Superne cercano di plasmare il Cosmo ( o la pluralità degli Universi) a propria immagine e somiglianza, così come un giardiniere può sognare che il giardino che egli ha progettato e aiutato a crescere possa essere il suo ritratto. Paragone  – mi si intenda bene- che non è casuale, né letterario. Tali le realtà entro entro le quali e fra le quali potrà riapparire il Santo Graal, risplendente di nuove forme.

Alberto Cesare Ambesi, Mastro Generale dell’Arte            


MESSAGGIO DEL MASTRO GENERALE DELL’ARTE
PER IL GIORNO DI S. GIOVANNI BATTISTA  (Anno Domini 2012)

Mi è accaduto d’intuire e di affermare che i vocaboli genesi e apocalisse,in qualunque lingua espressi, siano concetti chiamati a indicare, sotto un profilo analogico, un unico fenomeno cosmologico e – simultaneamente – un solo evento sovrastorico. Ho anche potuto ricordare, in altre circostanze, che, nelle vicinanze di un teatro ellenistico, in Anatolia, mi era sembrato, per un attimo, soltanto per un attimo, di udire bisbigliare le foglie di un cespuglio… forse le parole di un antico dramma.

Due esperienze con caratteristiche abbastanza diversificate e perfino facilmente interpretabili. Nel primo caso, infatti, è di una trasparente evidenza che ebbero una determinante influenza sulla mia intuizione, sia la dottrina  dei cicli cosmici, così come formulata dall’antica gnosi e da talune scuole della moderna astrofisica,  sia il paradosso di certo Buddhismo estremo, secondo il quale saṃsārae nirvāṇa, in determinate circostanze, possono essere condizioni transpsichiche e spirituali in grado di trascolorare l’una nell’altra, qui e ora, oltre che in qualunque altro arco temporale, comunque configurato. Per quanto concerne poi il mormorio del fogliame, qualunque  psicologo potrebbe avanzare la verosimile tesi che la suggestione del luogo aveva favorito l’insorgere di un’allucinazione auditiva. Nulla più e nulla meno.

A questo punto sarebbe agevole ribattere che il senso fondativo della credibile identità fra genesi e apocalisse si trova coniugato nel mirabile Quartetto in re maggiore, per archi di Cesar Franck (1822-1890), poiché imperniato su di una grammatica nella quale sembra riverberarsi l’equazione sacra che assimila il Suono-Luce alla Parola della Potenza demiurgica. Necessitante preludio ad un’austera meditazione intorno a tale soggetto e a coronamento della quale qualcuno (o più di uno) potrà siglarne la conclusione con questi versi di Thomas S. Eliot:

E noi Ti ringraziamo che la Tenebra ricordi a noi la luce.
O Luce invisibile, Ti siano rese grazie per la Tua grande gloria!
 

Analogamente, per quanto concerne il risveglio di un’immaginazione creativa, ma non divagatoria, consonante con quanto credetti di udire in uno spazio un tempo ricco di canti e parole, potrei richiamarmi  al titolo Voces intimae che Jan Sibelius (1865-1957) volle apporre al  proprio Quartetto in re minore, per archi, in quanto si tratta di un lavoro che  può considerarsi illuminativo delle interferenze fluenti fra Mito e Leggenda e dunque concepibile come una sorta di chiavistello sonoro in grado di aiutarci nell’aprirsi al senso e al sovrasenso di molte “storie sacre”. A cominciare, per non sbagliarsi, dalle opere di Jean Paul (1763-1825), incluso lo sconvolgente “Discorso del Cristo morto”. Provocatorio enigma, in specie per i nostri Filosofi e Martinisti.  Né posso, né voglio dimenticare che ai Noachidi e ai Maestri dell’Arco dovrebbe spettare il compito di confrontarsi, quanto prima, con l’opera poetica di William Blake (1757-1827), giacché fra di noi la preghiera è interrogazione, domanda di grazia di un’illuminazione che conosce più di una distillazione, sia emotiva sia intellettuale.

Ho detto troppo e troppo poco. Ma non importa. La mia momentanea impossibilità di essere fisicamente fra di Voi non m’impedisce di coltivare, da questo momento, la viva speranza che potrà esserci concesso di contribuire alla nascita di una rinnovata visione  johannita (e insieme goetheana, in cui cioè, come nello “Studio” del Faust, la Parola rimandi all’intreccio di Pensiero, Energia e Azione) dei destini dell’Uomo.

Alberto Cesare Ambesi, MGA

                                                                                                                           SULL’INTRECCIO TRA FUTURO E PASSATO

Come mi è accaduto di ricordare in altre circostanze, vi è un futuro che ci facciamo venire incontro di giorno in giorno, d’ora in ora, di minuto in minuto. Più o meno consapevolmente. Poco discosto, il futuro che vive acquattato fra le ombre del passato. Coesistenza effettiva, non già immaginaria, a mio sommesso, ma fermo avviso. Il primo tipo di futuro è il più comprensibile. Dovrebbe suggerirci la piena obbedienza al famoso motto – “Festina lente “- che Svetonio attribuisce ad Ottaviano Cesare Augusto (Vita di Augusto, cap. XXV). Intrigante “sentenza” poi illustrata, con rinnovate accezioni o sfaccettature, da artisti quali Andrea Mantegna ( affresco nel Palazzo Ducale di Mantova) e da pensatori della statura di Erasmo da Rotterdam ( Adagia ). Il futuro secondo, invece, ammesso che la mia definizione sia valida, dovrebbe necessariamente avere a che fare con il mistero, con il perdurare di antiche forme del sapere (o della credulità, purtroppo) destinate a proiettarsi nell’avvenire. Oppure potrebbe identificarsi con la dimensione temporale che è implicita in ogni articolazione del linguaggio che contempli la possibilità di un calcolato fluire e rifluire di determinate figurazioni: le fughe a specchio, per esempio, in cui era maestro Johann Sebastian Bach (1685 – 1750); la serie dodecafonica ideata da Arnold Schönberg (1874 – 1951) e ampliata su più dimensioni da Herbert Heimert (1950); le successioni ritmiche palindromiche immaginate da Olivier Messiaen (1908-1992).
Tali le squillanti campiture di fondo (o le istoriate cornici?) delle due virtualità poco sopra enunciate. Con talune, ulteriori implicazioni di genere allegorico. A cominciare dalla constatazione che vede sottesa una ternarietà di significati, in ciascuna delle proiezioni suddette. Una ricorrenza simbologica già nota e studiata in altri contesti, più o meno contigui. Basti pensare ai celebrati e discussi saggi dello storico e filosofo della storia, Arnold J. Toynbee (1879 –1975), per quanto riguarda il primo ambito, giacché mi sembra verosimile che anche il singolo uomo sia chiamato ad inserirsi in quella dinamica della sfida e della risposta all’ambiente fisico- sociale che Toynbee volle ipotizzare a proposito della genesi, sviluppo e declino delle culture o civiltà. Ne forniscono controprova, su un filone distinto ma parallelo, gli studi direttamente riconducibili alla psicanalisi di Alfred Adler (1870 –1937), alla condizione -sicut et in quantum- che le consequenziali dottrine psico – sociali non giungano ad infirmare le tre insopprimibili pulsioni personalistiche che vi sono presupposte: a) l’affermazione della propria individualità di fronte al mondo; b) la ricerca di un peculiare stile di vita; c) il perseguimento di un apicale scopo soggettivo, in grado di vivificare le interiori forze creative, sia conscie sia inconscie.
Analogo, ovviamente, ma più complesso, il discorso che voglia insinuarsi entro l’eredità del passato, giacché, per coglierne tutte le implicazioni futuribili, diventa indispensabile fare appello alla psicologia del profondo e alla fenomenologia del sacro, coltivando la certezza che pure in questo dominio s’intersecano e si condizionano vicendevolmente il destino dei singoli e il fato delle comunità. Una certezza soccorsa da talune necessarie amplificazioni o restrizioni. Per esempio, di contro a quanto affermato da James Hillman nel Il mito dell’analisi (pag.179, op.cit. Adelphi Editore, Milano, 1979) si potrà ricordare che l’inconscio collettivo possiede e rielabora in continuazione una propria forma di memoria, ma non è la memoria, così come quest’ultima ha ramificazioni che si spingono oltre le soglie individuali e generali della coscienza, ma senza mai ad abbracciare le espressioni della totalità della psiche. E per comprensibili ragioni, in quanto le antiche parole e le arcaiche immagini che vi sono stratificate risultano preziose o pericolose per ciascuna coscienza individuale.
Preziose, perché rammentano che vi è una filogenesi spirituale che ci collega alla ternarietà rappresentata dal lignaggio familiare, dal ceppo etnico e dagli archetipi numinosi ereditati dai più remoti orizzonti, per cui, piaccia o non piaccia, ancora agiscono in noi diverse triadi di divinità elleniche, etrusche, egizie o germaniche, secondo i casi. Dal che dovrebbe addursi che non vi è reale futuro per un singolo individuo, o per un popolo, quando si rinneghino i fondamenti delle civiltà di cui si è eredi. Tuttavia, come si è detto, i pericoli sussistono. Eccome! Laddove, infatti, si accetti una completa identificazione della coscienza soggettiva con la coscienza collettiva, ciò produce infallibilmente, secondo un’acuta osservazione di Carl Gustav Jung (1875 – 1961) “…una psiche di massa con la sua terribile spinta alla catastrofe ”.

Esemplifico sotto un profilo, sia storico sia attualistico, e non si tratta certo di una paradossale capriola. Oggi si è propensi ad ammettere – ed è un riconoscimento ricco di significati – che nel seno delle antiche confessioni cristiane, di là dalle antiche e acri controversie teologiche sulla natura unitaria o duale del Messia, si perpetuò il sogno di una civiltà ecumenica, che potrebbe servire in futuro come strumento di rinnovamento del Cristianesimo tutto. A patto che le opposizioni dottrinarie, a cui si è fatto ora cenno, possano risolversi e trascendersi entro una rete di opportune alternative “filosofiche”. Facile a dirsi. Arduo da realizzarsi, indubbiamente. Non è questo il luogo, tuttavia, per tentare di avviare un siffatto lavoro di comparazione e sintesi fra le Chiese d’ispirazione siriaca, armena o copta e derivazioni varie. Qui, e per il momento, basterà soltanto aggiungere che, in una siffatta prospettiva, non dovrebbe neppure trascurarsi la possibilità di servirsi di certa concettualità zoroastriana e manichea, stante l’indubbia centralità delle antiche religioni iraniane, nel diffondere o arginare i flussi e riflussi culturali dell’Eurasia. Come è riscontrabile, fra l’altro, riandando a due circostanze inconfutabili: a) la “tintura” zarathushtriana assunta dall’angelologia ebraica, dopo il contatto con la civiltà persiana, verificatosi fra il 538 e il 515 a.C., e a sua volta derivato dalla vittoria di Ciro, il Grande a.C.) su Babilonia (539 a.C.); b) la persistenza, entro il pensiero di Sant’Agostino (354 –430), di metafore e immagini di stampo manicheo, a cominciare dal ricorrente richiamo alla simbologia della Luce.
Ho nominato Atene, Alessandria e Gerusalemme. Potrei subito aggiungere che i secoli dodicesimo e tredicesimo, contrariamente a quanto si è soliti supporre, furono tempi tutt’altro che chiusi alla memoria del passato. E’ risaputo, per esempio, che nei conventi godevano di particolare rispetto autori pagani, quali: i poeti Ovidio e Virgilio, lo scrittore e oratore Marco Tullio Cicerone; il sommo astronomo Tolomeo e il filosofo Platone; Galeno, il medico, ed Euclide, il matematico, oltre ad Aristotele e ai pensatori arabo – musulmani, quali Al Farabi e il celeberrimo Ibn Sinà o Avicenna . Ma, soprattutto, merita d’essere sottolineata la presenza, nelle ornamentazioni scultoree delle chiese e cattedrali, di un repertorio iconografico che comprendeva molti e allusivi richiami alle antiche divinità, e non sempre concepite come maschere o espressioni del mondo demoniaco.
Basti ricordare che già a partire dall’undicesimo secolo, tanto nell’area della Padanìa quanto nelle “province” borgognone, buona parte dell’architettura sacra, e della correlata decorazione, apparivano largamente ispirate dallo stile dell’antica Roma. Con più di una perplessità o sorpresa per i distratti di ogni tempo. A torto, poiché tali raffigurazioni, o quelle ancora più conturbanti di qualche demone, dovrebbero rammentare al fedele che, nel nome del Signore, e grazie ai doni dello Spirito Santo, sarebbe concesso al cristiano di riguardare come filosofico ammaestramento le “ presenze” iconografiche proiettate dall’età pagana e di soggiogare o allontanare il Male e le sue immagini larvali, conoscendone le forme. Se poi si aggiunge, come è opportuno aggiungere, che nella letteratura didattica medievale, a cominciare dai famosi Bestiari, si trovavano assegnati a ogni animale, reale o fantastico, significati che raccordavano pienamente la simbolistica pagana con quella giudaico-cristiana, si comprenderà facilmente che sarebbe quanto meno discutibile attribuire a tutte le generazioni del’Età di Mezzo una volontà di contrapposizione nei confronti dell’eredità mitologica, greca e romana.
Osserverò anzi, questo punto, che sarebbe agevole, ma forse al limite dell’arbitrario, sostenere che ogni cristiano potrebbe e dovrebbe trovare entro lo spazio sacro di un battistero o di un’antica chiesa la ragione , per cui quel fonte battesimale – e non altri- o quell’ acquasantiera sembrerebbero esigere una particolare meditazione. Quasi a rivivere con maggiore consapevolezza la liturgia battesimale e i Misteri che ne avevano costituito la pre-figurazione. Ebbene, ritengo che, almeno in sede di primo approccio, ci si dovrebbe ricordare che in ogni individuo, quando sia in animato da una viva sensibilità estetica e religiosa, sussistono e operano due atteggiamenti di pensiero che hanno una risonanza emozionale o con l’ introspezione dello stile romanico, o con lo slancio intuitivo, illuminato e illuminativo, del gotico. Oppure con ambedue, nei casi più felici, giacché si tratta di momenti storici simili ai tempi di una sonata o di una sinfonia: distinti e distinguibili, ma chiamati a lasciare fluire, nel tempo e nello spazio, una Parola generata dall’Invisibile.
Una duplice, basilare domanda: “Ho forse alluso fno a qui a una ricorrente realtà unicamente europea?”. Non proprio e non soltanto. Difatti, già agli inizi del VI secolo d. C., nella Valle del Giordano, in località Beth Alpha, era stata costruita una sinagoga dai caratteri sorprendenti, anzi enigmatici. Basti considerare che nella camera interna, antistante il tabernacolo della Torah, si incontra una decorazione musiva, che non solo vìola apertamente il divieto della rappresentazione umana (Esodo, 20/4 ), ma che accosta elementi figurativi, sia propriamente ebraici sia da considerarsi con sguardo attento ad altre implicazioni simboliche. Al centro della complessa composizione, per esempio, si nota, entro un cerchio, l’inequivoco “ritratto” del dio Helios, dispensatore di sapienza e di vita, e come tale auriga del cocchio solare, secondo la fede orfica ellenica, ma quivi probabilmente da riguardarsi sotto un duplice velame misterico, non privo di una coloritura iranica, quando si consideri che il dio è contornato dalle immagini dello zodiaco, a somiglianza, per l’appunto, di molte raffigurazioni o del dio Mithra o di Zurvan (la personificazione del Tempo infinito, secondo un particolare orientamento della fede mazdaica (o zoroastriana , che dir si voglia).
Segno inequivocabile che la spirituale, originaria contrapposizione dialettica fra Atene e Gerusalemme aveva precocemente conosciuto vie di conciliazione, sotto il segno di una religiosità aperta alla Siria e alla Persia e dunque trascendendo il tradizionale dio d’Israele. E’ ben vero, infatti, che alla base della composizione citata si trova la raffigurazione del mancato sacrificio d’Isacco, prefigurazione e fondamento di una religiosità ufficiale, troppo spesso immolativa nell’ambito della liturgia vetero-testamentaria, ma è altrettanto indubitabile che si è qui in presenza di un mosaico, il cui significato non è liquidabile rifacendosi unicamente a divagatorie riflessioni di tipo estetico. Né può aver peso il fatto che raffigurazioni similari risultino individuabili in altre sinagoghe palestinesi di epoca pressocché coeva. Si dovrà tener conto, infatti, sotto il profilo della fenomenologia del sacro, che qualche segreto filo rosso lega la centralità figurativa del dio pagano con le esoteriche liturgie dei palazzi celesti che erano coltivate in non poche cerchie ebraiche orientali. Con un prossimo intervento potrò forse dimostrare che la “realtà” di codesta ascesi non si è smarrita, ma che la sua praticabilità spetta soltanto a coloro che si siano curvati a lungo sulle pagine dell’apocrifo Libro di Enoch. Annotazione che invita a considerare ogni essere senziente come una delle “Scintillae Animi Mundi ignae, Luminis nimirum Naturae ” di cui disse il sapiente alchimista Heinrich Khunrath (1562 –1605).

Alberto Cesare Ambesi, M.G.A.

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