Civiltà massonica

1) Il principio della civiltà

Ogni civiltà mirante a svilupparsi senza anomalie che la portino a distruzione certa, deve fondarsi su principi spirituali, in buona sostanza teocratici. La storia del genere umano, come affermava lo storico Arnold Toynbee, dimostra che declino spirituale e degrado politico hanno sempre proceduto appaiati. Il fratello Joseph De Maistre aveva sostenuto la stessa idea nella 32.a proposizione del suo Essai sur le principe générateur des constitutions politiques, pubblicato nel 1814.

2) Teocrazia super partes

Teocrazia significa che il fulcro della vita sociale deve essere il principio spirituale, Dio, i cui propositi di giustizia riverberano, con maggiore o minore limpidezza, nelle Scritture di tutte le tradizioni. Governo teocratico non equivale a dominio di un qualsiasi clero (anzi, la pretesa di monopolio della religione da parte di gruppi particolari costituisce una vera e propria usurpazione, contraria alla Legge Divina), ma all’affermazione di un sistema politico che poggi  sullo studio e l’applicazione  dei principi fondamentali riconosciuti nei cammini spirituali dell’uomo, e che incentivi – come oggi non accade – una sana vita interiore nei singoli. Tali principi fondanti sono espressi adeguatamente dalle Sette Leggi di Noè.
Per la diversità di idee religiose (e non) presenti nella società odierna, lo Stato non può che collocarsi su un piano di neutralità per così dire teologica, ma questo non significa che esso debba cedere a quel laicismo che vorrebbe cancellare ogni sacralità, o comunque subordinarla alle istanze soggettive, anche le più bizzarre e antisociali. Uno Stato che s’arrenda all’individualismo cade in una contraddizione suicida. La credibilità dell’istituto statuale si fonda sulla sua capacità di definire un bene collettivo al quale le pretese – non i diritti effettivi – degli individui devono piegarsi. E’ chiaro, dunque, che lo Stato “laico” è compatibile con la tradizione massonica solo nella misura in cui rispetta realmente i valori religiosi universali.

Sul piano civile la religiosità è oggi formalmente rispettata, ma in realtà sistematicamente offesa con l’iniquità delle condizioni sociali, l’azione corrosiva e aberrante di certo cinema e una certa tv (che assuefanno al peccato nelle forme dell’adulterio, dell’assassinio, del furto, dello spreco ecc.), l’uso sconsiderato dei beni e delle risorse naturali. Contro la scissione alienante – e  impraticabile – tra la sfera spirituale e quella sociale, il Libero Muratore opera per il travaso dello spirito religioso nei gangli della vita comunitaria, aspirando a che lo Spirito divenga legge di libertà.

3) Differenza tra teocrazia e potere confessionale

Che idea teocratica e dominio confessionale non siano necessariamente coincidenti è dimostrato da evidenze storiche: a sostenere che una opzione spirituale debba modellare e cementare le comunità sono stati uomini molto diversi tra loro come Robespierre, Mazzini, Capitini, di nessuno dei quali si può dire che coltivasse tendenze confessionali. Robespierre considerava le virtù repubblicane come radicate nel culto della Divinità, e istituì, facendola allestire l’8 giugno 1794, la festa dell’Essere Supremo; Mazzini dichiara senza mezzi termini, nei Doveri dell’uomo, che “la Sovranità è in Dio” e che l’autorità, tra gli uomini, spetta al genio e alla virtù congiunti; Capitini, padre della nonviolenza in Italia e amante di Gesù (anche se suoi libri furono messi all’indice dal Vaticano), vedeva nella religione della compresenza, incentrata sulla cooperazione tra i viventi e i trapassati nella creazione di valori (ad esempio la crescita perenne di tutti nel bene, la musica, ecc.), il collante di una possibile nuova società.

4) Corollari del principio e praxis teocratica

Quello teocratico è il principio basilare, dal quale dovrebbero derivare:
a) un ordine sociale che sia nel contempo saldo e fluido, soddisfi – e orienti – i bisogni, ricompensi il merito, protegga i deboli, garantisca sicurezza a tutti, tuteli e incentivi l’etica pubblica e privata
b) un’equa distribuzione dei beni e un’adeguata attenzione alla natura, di cui l’uomo dovrebbe essere amministratore e miglioratore assennato.
La vera teocrazia è un ideale di ardua realizzazione, perché la “politica divina”, oscurata nel mondo da ombre diaboliche, non può essere decifrata una volta per tutte, ma va ricercata e intuita volta per volta dinanzi a situazioni specifiche; ad essa, però, bisogna tendere con tutte le forze, la concentrazione del pensiero e della volontà, l’ausilio delle Scritture e delle testimonianze dei giusti di ogni epoca, il carisma ispiratore promanante dall’ideale stesso.

5)  Per un’economia organica, contro l’idolatria del mercato

L’ideale teocratico investe la sfera economica, che dovrebbe essere retta da criteri di cooperazione e organicità e tendere all’idea della convergenza di capitale e lavoro nelle stesse mani.
L’economia di mercato, soggetta esclusivamente alle forze da essa stessa messe in gioco, conduce inevitabilmente allo spreco, alla devastazione delle risorse planetarie, agli estremi della miseria e del lusso, all’instabilità sociale e al vizio. Tale forma economica, peraltro, nega se stessa dal momento che, fatalmente, la competitività che le è intrinseca conduce al primato monopolistico dei più forti e dei più scaltri.
Un altro esito deleterio del mercato è il dominio del capitalismo finanziario, che abbiamo sotto gli occhi, e che dietro l’attivismo delle Borse cela improduttività parassitarie.
Il libero mercato è diventato un idolo. Occorre guardare a un’altra economia, sottoposta al comandamento divino, come nella tradizione biblica è prescritto da Esodo 20,15
La vita materiale del mondo non può reggersi sullo spirito mercantile, che porta in sé una determinante quota di falsità, propiziata dal bisogno o dall’allettamento del guadagno. Una società che si fonda sui mercati è come un ubriaco che corre sull’orlo di un burrone. E se si ritiene, basandosi su analisi storiche, che il mercato sia propulsivo dell’economia, allora è chiaro che dovrà trattarsi di un mercato sociale, opportunamente controllato, orientato a una circolazione effusiva dei beni.
Un’economia di taglio massonico dovrebbe mirare
a) a riscattare e potenziare l’agricoltura (prima attività “creativa” dell’uomo rispetto al pianeta), indirizzandola verso tecniche amiche dell’ambiente e fronteggiando la diserzione delle campagne con insediamenti-satellite disposti a raggiera intorno ai centri urbani

b) a favorire le attività artigianali, che esaltano la dignità dell’uomo creativo, restituendo il cuore delle città, nella misura del possibile, alle “botteghe d’arte”

6) Volontarismo etico, motivazione spirituale come risorsa, visione sabbatica

Bisogna essere consapevoli che, sebbene drastici interventi correttivi da parte di enti comunitari siano auspicabili a fronte dell’attuale caos economico (che è peraltro funzionale al prosperare dell’ingiustizia), la socializzazione coatta e il soffocamento delle energie individuali non possono condurre a esiti proficui. In ultima istanza la vera comunità può costituirsi – e ancor più durare – solo mediante liberi atti di volontà rigenerate.
Come qualsiasi psicologo del lavoro non accecato da pregiudizi ben sa, la motivazione spirituale è un’eccellente risorsa. L’esempio storico più noto è certo quello dei kibbutzim religiosi in Israele, soprattutto agli inizi. Qualche anno fa, negli Stati Uniti, fece rumore un dato, secondo il quale la palma dell’efficienza, nell’ambito del farming, andava alle colonie cristiane hutterite, organizzate secondo criteri di tipo “collettivistico”. Forte fu lo sconcerto di sociologi e economisti, che sono soliti dare per scontata la supremazia funzionale del modello capitalistico. E’ chiaro, in questo caso, che la robusta teocrazia vigente all’interno della comunità hutterita funge da vis a tergo della sua proiezione economica. E forse ciò contribuisce a spiegare come mai il “socialismo reale”, legato a concezioni materialiste della vita, sia fallito.
Un progetto economico efficace non può prescindere, ai nostri giorni più che mai, da premesse ecologiche. Lo sviluppo assoluto è una follia, e alla fine un’impossibilità. Bisogna anche fare riposare la terra, concederle dei periodi sabbatici, quello che nel libro biblico dell’Esodo è chiamato il giubileo

7) Sperequazione, status duale della proprietà e falso egualitarismo

La divisione sperequata dei beni non è quasi mai correlata a livelli di abilità positive, ma ebbe luogo, in origine, a causa di guerre di conquista, ossia della forza e dell’astuzia proprie all’animalità umana, e si è mantenuta tramite l’istituto ereditario che, così come è giunto fino a noi, è portatore di esclusivismo e vizio. Talvolta il “caso” – l’essere nati in una terra più o meno fertile, o l’avere meno talenti o minor possibilità di svilupparli – può avere giocato un ruolo rilevante nello squilibrio della proprietà, ma anche ciò non è contemplato nell’Ordine Divino (in esso non vi è né casualità né parzialità); ma è dovuto piuttosto alle privazioni inflitte dall’Avversario alla Creazione
La proprietà ha uno status duale: c’è una proprietà che, come dice Mazzini, è il segno dell’agire umano nel mondo, e un’altra che è semplicemente un furto, secondo il motto di Proudhon. All’uomo, pur condizionato da sollecitazioni ambientali ed educative, la scelta.
Quanto alle disparità tra gli uomini, contro chi dice siamo tutti uguali e poi sfrutta tale demagogia per diventare meno uguale degli altri, è sano ammettere che i valori espressi dai singoli non sono affatto uguali, né eguagliabili, ma occorre altresì : a) dolersene, perché si crede che il piano di Dio sia perfetta parità nella perfetta varietà, mentre chi si compiace di una pseudo-eguaglianza vuole in realtà, al seguito dell’Avversario,  mantenere lo squilibrio tra gli uomini; b) tendere a compensarla con il perseguimento di una società organica che valorizzi il meglio di ognuno: c) aprirsi a una trasformazione escatologica della realtà

8)  Giustizia e beneficenza

La civiltà massonica, mirando alla giustizia, cerca di individuare e strappare le radici degli squilibri. Le Logge dovrebbero cooperare quanto più possono a forme di soccorso, riconoscendo però che queste non sradicano i fenomeni dell’ingiustizia Si può perfino diffidare di un certo assistenzialismo mellifluo, compiaciuto – che a volte sembra congegnato più per ritardare la soluzione dei problemi che per accelerarla – e coltivare  l’idea che Dio voglia da noi una soluzione radicale – cioè che parta da Lui, radice suprema – degli squilibri. Poiché, tuttavia, le Scritture attestano la gradualità dell’atto creativo divino, chi intende lavorare alla restaurazione del Creato deve armarsi della scienza dei gradi, quella che Icaro non conosceva, evitando voli avventati e corse spossanti e distruttive, ovvero le pretese “rivoluzionarie” e tutto ciò che, per fretta e agitazione, accresce lo squilibrio satanico del mondo. Ciò non esclude che si debba proclamare  profeticamente la necessità di affrontare gli scandali più gravi che minacciano l’esistenza dei singoli e l’ integrità delle compagini sociali.                                                                                                                                                    

9) Il significato della regalità

La regalità – alla quale cui fa riferimento la denominazione Real Ordine, per il richiamo ai reali sassoni che provvidero a dotare l’Arte delle prime Costituzioni – non coincide di necessità con la monarchia. Questa, in passato, è parsa – con il triumvirato – una forma idonea a esprimere lo spirito teocratico, che esalta l’unità sociale, e il carisma unitario è palmare nell’istituto monarchico, ma lo spirito repubblicano classico non è certo meno unificante. L’idea stessa di “Re del Mondo”, nella contemporaneità, può corrispondere a quella di una auctoritas organizzata internazionalmente che coordini la retta ripartizione delle ricchezze mondiali e la difesa della pace tra le nazioni.   
In ogni caso, per i Liberi Muratori di tradizione la regalità spetta a Dio, e solo nella misura in cui si richiama concretamente ai valori sociali dell’Evangelo un governante è legittimato nel suo ruolo                                                                                                                                        

10)  Governo sociale, governo autorevole

Il modello trinitario cristiano, quello settenario nel Mazdeismo (gli Ameshaspand, “che sono sette di un solo pensiero…”) moltiplicantesi nell’assemblea celeste dei fravahr, quello decadario della tetraktys pitagorica ecc., indicano che nella costituzione divina si rinvengono motivi  “sociali”. Altrettanto nell’impianto del creato: vi sono mirabili intrecci tra tutti i suoi comparti e in virtù di tali intrecci, come già Pëtr Kropotkin dimostrò più di un secolo fa ne Il mutuo appoggio, ogni creatura vive per solidarietà di altre: possiamo dedurne che un governo costruito sul piano divino deve essere in primo luogo un governo sociale.
L’auctoritas (da auctor) crea, dunque è divina. Si dice “è un’autorità in materia” di colui che, in un determinato ambito, può “imporre” le proprie idee senza alcuna forzatura, per le competenze che ha mostrato, e può così aiutare gli altri, istruirli. La vera autorità, dunque, genera libertà; il potere la uccide.
L’idea di “governo autorevole” è congrua all’ ethos massonico.

11)  Il partito della virtù

Contro la falsa rappresentatività di demagoghi usurpatori, col loro codazzo di gregari venali o faziosi, bisogna rivendicare il diritto della comunità ad essere organicamente rappresentata, in ogni sua componente, da individui di evidenti competenze e rettitudine, invocando quel che Franklin definiva il partito della virtù. Una simile ipotesi non contrasta in alcun moo l’esistenza e la funzione di formazioni che si richiamino a ideologie (in quanto “schemi” di analisi e di progettualità sociali), ma avrebbe piuttosto un effetto rigeneratore “trasversale” sulle stesse.
In ottica massonica, è auspicabile che il principio aristocratico nella sua autentica essenza (che non ha nulla a che vedere col nobilume da riviste di gossip) – ovvero l’affermazione di capacità e di merito (cioè dei talenti acquisiti mediante l’impegno: non è giusto che una persona svantaggiata naturalmente venga pure penalizzata socialmente) – si saldi all’istanza onnicratica, che Aldo Capitini propose per ampliare e chiarificare quella di democrazia, da sempre gravida di equivoci e devianze: ognuno abbia potere decisionale nell’ambito delle proprie competenze (senza accavallamenti indebiti e pericolose improvvisazioni), sotto la guida di chi ha mostrato particolari abilità e virtù specifiche e generali, e in interazione attiva rispetto all’intero corpo sociale. Solo in questo modo ci si potrà approssimare alla vera gerarchia, ovvero a un sacro governo, all’armonia delle funzioni, in cui ognuno è rappresentato in piena dignità e giusta misura. La presunzione per cui tutti possono decidere di tutto, invece, conduce all’inefficienza e alla precipitazione qualitativa.

12) Motivi del disordine sociale

Del resto, del falso democratismo si fanno scudo coloro che poi davvero decidono, non sempre per il bene collettivo. Insomma, si diffonde una subcultura generalista e mestatrice per potere meglio curare il proprio particolare, col risultato che quasi nessuno si trova al proprio posto, quello che gli spetterebbe per talenti e impegno, nel caos attuale. Il cosiddetto libero gioco delle forze sociali – in realtà dominato dalla potenza satanica  di una pseudo-élite cinica, che poggia sull’ottusità diffusa tra le masse passive – provoca un crescente scompaginamento dei ruoli, un vortice di irriconoscibilità, scandaloso al punto di mostrarci stuoli di persone che hanno magari studiato per lunghi anni con zelo e sono senza lavoro, o costretti a ripieghi che – per quanto onesti – sfigurano o cancellano il senso dell’impegno precedente, mentre mediocri gregari del potere occupano le leve dell’amministrazione pubblica e privata.

13) I danni dell’individualismo e la necessità di una gerarchia dei valori

Il mondo moderno vive sull’equivoco secondo cui ogni individuo ha il diritto di fare quel che più gli aggrada, purché non violi l’eguale diritto dell’altro. Questo atomismo sociale, frutto dell’ideologia mercantile (che ha interesse a divellere ogni principio sacrale dalla organizzazione della comunità, per imporre una dissoluzione funzionale al consumo), è impraticabile e mistificatorio, perché – teoricamente sano – è del tutto ipotetico, e nella pratica genera ogni sorta di prevaricazioni. Quali sono, precisamente, i diritti dell’altro? Nessuno lo specifica, perché la sfera dei diritti personali è percepita in modo altamente differenziato, e spesso totalmente contraddittorio, da persona a persona. La percezione dei diritti personali in un cultore di filosofia e in un cultore di motori truccati si divarica fino all’opposizione e alla incompatibilità.
Del resto, che ognuno sia libero di fare, nell’ambito di una liceità nebulosa, quello che vuole, è comunque una menzogna. L’individuo è condizionato da fattori costituzionali, sociali, educativi: partendo dai diritti dell’individuo astratto – e anteponendoli ai doveri, come accade oggi e come Giuseppe Mazzini denunciò già ai suoi tempi – si arriva alla disgregazione o al diritto del più forte – che è in realtà una negazione del diritto, un anti-diritto – o del più numeroso, che quasi sempre è anche il diritto qualitativamente inferiore, un non-diritto, perché, palesemente, la massa tende all’inerzia.
Si pone allora l’esigenza di una gerarchia di valori e di conseguenti priorità, dunque l’attivazione di un fronte di uomini che, per tornare all’esempio del filosofo e del truccatore di motori, sappiano difendere il pensiero creativo contro l’idiozia, il silenzio e il suono contro il rumore,  la sicurezza vitale contro l’aggressività meccanica, la purezza dell’atmosfera contro i veleni. E si rifiutino di avallare, sotto il manto di una bonaria neutralità “democratica”, gli impulsi più bassi, che sono sempre quelli più invasivi. Non vi è, nell’ordine della Verità, e non deve esservi nell’ordine sociale, livellamento dei diritti al grado infimo.

14) Reciprocità e giustizia 

Secondo Pitagora, uno dei Maestri dell’Arte Massonica, la giustizia  “è un quadrato”, cioè si fonda su una simmetria che, applicata alle relazioni interpersonali, potremmo chiamare reciprocità, non equivalente alla “legge del taglione”. Quest’ultima è imitativa della materia, dunque grossier, laddove la giustizia autentica considera sempre gli aspetti sottili, l’articolazione delle cause, gli effetti, gli annessi, non è mai un automatismo. Tuttavia, il criterio della reciprocità resta la base di relazioni sane, oltre che della giustizia, di cui è fondamento. Gesù stesso – il quale era in rapporto per così dire dialettico con la giustizia mosaica (includente il “taglione”) e invitava all’uso del perdono manifestando una pietà di tipo “gnostico”, perché associata alla questione della conoscenza come consapevolezza (“Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”, Lc.23:34) – sottoscriveva una connotazione reciproca della giustizia, come appare da più passi dell’Evangelo, né si dichiarò mai, ad esempio, contro la pena capitale per gli assassini, come pretende chi ne legge in modo lassista il messaggio. Zarathushtra, nelle “Gatha”, afferma schiettamente quella visione e si spinge oltre, fino a dire che chi è benevolo col malvagio diventa correo dei suoi misfatti.
Poste tali premesse, va detto che è necessaria una risposta giustiziale al dilagare della violenza, una risposta che deve nel contempo impostare la rettifica delle condizioni sociali criminogene e stroncare gli assassini capaci di tutto. Proprio in ossequio al senso di giustizia fondato sulla reciprocità, non già a una idea vendicativa,  potremmo osservare che è legittimo ritenere che chi toglie la vita a un innocente, se identificato con certezza, perda il diritto alla propria. Non si può invocare, al riguardo, il perdono, che è una scelta individuale e non delegabile, assumibile solo in prima persona. L’irreversibilità della morte implica l’impossibilità del perdono in questa dimensione: al morto non viene neppure concessa, da chi l’ ha ucciso, la facoltà di perdonare.

15) Dalla pena capitale all’utopia massonica

La pena capitale potrebbe aver senso come espressione del principio di reciprocità e forma di patto volto a evitare il cedimento della compagine sociale alle forze della disgregazione. La sua abolizione sic et simpliciter, in assenza di rigenerazione sociale e morale, non si è certo dimostrata risolutiva. Del resto, in un certo senso, nell’attuale disordine sociale la pena di morte – nelle forme più degenerate per barbarie e arbitrarietà –  non è neppure abolita de facto: molti gruppi sociali clandestini – sia collegati a strati influenti della società, sia nelle pieghe dell’emarginazione – la utilizzano per saldare i propri conti.  L’esecuzione della “sentenza” coinvolge spesso persone innocenti e ignare che camminano per strada. I lassisti farebbero bene a scandalizzarsi per questo (cosa che fanno di rado – se mai la fanno – e con facili amnesie, sussiego e poca energia), piuttosto che inalberarsi ogni volta che si parla di ripristino, anche solo temporaneo, di misure drastiche, che peraltro potrebbero essere temperate dall’istituto della grazia.
E’ vero, tuttavia, che l’uso di fatto della pena capitale rappresenta una sconfitta spirituale e civile, che in qualche modo “ribadisce” la realtà violenta in cui viviamo. La pena capitale sta tutta dentro un ordine di realtà che lo spirito massonico, in quanto sacrale e costruttivo, non accetta e vuole trasfigurare. Il Libero Muratore aspira attivamente al giorno in cui nessun essere verrà più colpito o umiliato in alcun modo, ma è consapevole del fatto che l’universo è in guerra. La tensione tra speranza escatologica e necessità di giustizia terrena è ineludibile. Idealmente, la pena capitale è totalmente inconcepibile, perfino come deterrente, anche se, in una realtà purulenta, non pare sempre così. In ogni caso, solo chi anela, comunque, alla giustizia del Regno di Dio è legittimato a invocare come extrema 

ratio, contro le efferatezze, la pena capitale. Per gli altri – e sono tanti – che la invocano senza cuore, i forcaioli insomma, vale quello che Paracelso scriveva nel terzo decennio del XVI secolo: “Dio dunque potrebbe chiedere all’autorità… se sia riuscita a prevenire questo o quell’inconveniente, ossia ad eliminarne le cause. La falsa autorità risponderebbe: “Signore, io ho punito tutti i criminali, li ho decapitati, impiccati, bruciati e messi alla ruota”. Ma Dio dirà allora che l’autorità non è esente da colpa, ch’essa ha visto il fuscello nell’occhio altrui e non la trave nel proprio; e dirà ancora: “Non bisogna impiccare e decapitare la gente, ma educarla affinché non giunga fino al crimine. E perciò tu, autorità, verrai precipitata nel fondo dell’inferno”.
Costruttivamente, dunque, anche nell’ambito della giustizia occorre, come diceva Aldo Capitini, sottrarsi al ciclo di morte

16) La bellezza trascendente come vettore estetico

Un elemento significativo di ogni civiltà è costituito dai valori estetici che esprimeUna civiltà massonica non può che fondarsi su una visione che trae alimento dall’ordine e dalla purezza.
La Beata Vergine Maria nel Cristianesimo – Daēnā nel Mazdeismo, Sarasvati nel’Induismo, Fatima nell’Ismailismo – è l’ideale di bellezza trascendente inviato da Dio all’uomo come faro e sorgente di ispirazione per ogni arte e mestiere. Rimanda a un’estetica dell’Oltre, alla percezione, alla ricerca e alla creazione di forme più elevate dei corpi corruttibili. Ella cammina – e scorta l’uomo – oltre il noto e il visibile. E’ pura meraviglia e stile assoluto.  Ovunque le arti umane penetrino sotto la scorza del reale o lo trasfigurino, lì lo spirito della bellezza trascendente è all’opera. Ovunque si coglie lo splendore del pudore, ci si avvicina all’estetica divina.
L’esercizio spirituale – e meritorio – di  tale estetica consiste nel rintracciare la divina bellezza, nel saper rileggere le apparenze sotto la guida di uno “spirito intimo” e infondere bellezza al cosmo mediante il pensiero, la parola e l’azione: nell’Avesta, Daēnā spiega al defunto la propria bellezza come generata dalla bontà di lui. Si tratta di un’intuizione stupenda e pregna di implicazioni di rilievo in questo tempo di estetismo sfacciato, truccato, di arte staccata dal centro e così via. Il cercatore di bellezza trascendente, guardando anche il volto più deturpato, può con ispirazione “ricostruire” il modello ideale da cui esso discende. La differenza tra il volto più attraente e quello più orribile è minima in confronto alla differenza tra il primo e quello di qualsiasi fravahr. Cercando l’impronta del modello celeste nei volti ci si avvicina alla gloria delle forme incorruttibili e si distilla bellezza nel mondo della mescolanza.

17) Contro la deriva nell’esteriore

Il primato della bellezza corporea su quella spirituale è il frutto avvelenato della corruzione diabolica. E’ infatti l’Avversario colui che separa l’interno dall’esterno, che deforma e dilata le apparenze a scapito delle essenze, che spinge l’uomo dal centro alla superficie della vita per poter meglio affliggerlo e lo insidia con gradevoli allucinazioni per spingerlo alla follia e alla distruzione. Ed è ancora esso a discriminare gli uomini sulla base del loro aspetto. Occorre astenersi, in ossequio alla Madre e alla legge spirituale, dal rimarcare il divario tra bellezza e bruttezza esteriori, in caso contrario, nutrendo l’Avversario, si precipiterà nell’abisso: chi si compiace delle distinzioni esteriori chiama morte su sé e sul mondo. Insomma, ogni Libero Muratore dovrebbe essere un artigiano di bellezza, facendo manifestare, tramite la propria buona coscienza, la Donna celeste dal supremo fascino in confronto al quale ogni altra attrattiva degrada. Dopo la morte egli, secondo la visione mazdea, la incontrerà e incorporandola sarà sciolto da ogni desiderio inferiore.

18) L’asse del giusto mezzo

La Libera Muratoria propugna il giusto  mezzo, che –  osserva Zaehner in The Dawn And Twilight of Zoroastrianism a proposito dell’analoga idea nel Mazdeismo – è pregno di valenze metafisiche, ergo include ma trascende il concetto aristotelico di mesótēs (μεσότης, medietà) come semplice principio virtuoso.
Il “giusto mezzo” è l’assialità divina, conferisce ordine al cosmo e salute ai corpi, mentre il difetto e l’eccesso sono diabolici, inducono il caos e  la malattia. Ma se sale fino al Cielo, il giusto mezzo scende anche dentro la vita di ogni giorno, nelle transazioni economiche: la parola patman, che lo designa nel Dēnkard, significa pure, in pahlavi, contratto. E che cos’è un contratto, se non la definizione a metà strada di doveri e diritti reciproci di due contraenti? E se la tenuta di un contratto presume la lealtà, la buona fede dei contraenti, ne consegue che esiste un nesso tra medietà lealtà.

19) Contro i deliri mondani

Sfarzo e sciattezza, finzione e brutalità, calunnia e adulazione sono estranei al vero spirito massonico. Perciò i Liberi Muratori dovrebbero schierarsi contro i loro risvolti sul piano del costume: le fatue mode, i giornali, i film e i programmi televisivi che esaltano l’esteriorità, l’intrigo, la violenza e il mercimonio (a tale proposito, ci vorrebbe il ripristino della censura e un controllo civico rigoroso sui palinsesti), l’aborto (ammissibile soltanto per ragioni terapeutiche), la peste nera del mercato pornografico, la subcultura dello “sballo”, la motorizzazione sfrenata e i suoi molesti raduni, la follia sulle strade (il banditismo stradale, allorché produce morte di innocenti, dovrebbe essere omologato all’omicidio), lo spreco e l’idiozia collegati agli sport, l’uso massiccio, atomizzato e ossessivo della pubblicità, il turismo inquinante di massa e quello, ancor più fetido, d’élite, i ritrovi giovanili in cui si semina corruzione, e ancora: i concorsi di bellezza, la pubblicità di tabacco e alcool, lo sfruttamento commerciale e l’uccisione di animali a scopi voluttuari, la proliferazione di attività mantiche a pagamento (oroscopi, cartomanzia, ecc.) e tutti gli pseudo-servizi inventati per gabbare il prossimo, le grandi lotterie (condividendo quando nell’Affermazione di Principi Sociali del 1943 dichiarava una delle Chiese che contava più presenze massoniche, la Universalist Church of America: “Dobbiamo condannare come distruttive dei migliori interessi della società tute le forme di gioco d’azzardo e di lotterie, che costituiscono un tentativo di ottenere qualcosa per niente..” e che, possiamo aggiungere, incrementano il caso/caos che corrompe l’umanità

20) Il filo a piombo

Il correttivo massonico agli squilibri mondani implica il richiamo al filo a piombo, simbolo dello Spirito Santo che ci rivela immancabilmente come i costumi inutili e viziosi siano onta per l’intelletto d’amore, dunque per l’umanità nella sua più alta dignità, ma anche per il buon senso comune, soprattutto quando si pensi, come scriveva William Penn nel 1682 in No Cross, No Crown,  che il costo dell’ ”orgoglio di uno solo potrebbe ben supplire al bisogno di dieci” (potremmo dire “di centomila”, data la forbice tra le ricchezze).
Occorre che gli Stati  ristabiliscano un minimo di decoro e sobrietà nei costumi con apposite leggi, anche se la via maestra resta quella della formazione spirituale e della educazione.
Occorre, a questo, proposito,
– potenziare le istituzioni educative e ottimizzare la “tutorialità”, il rapporto personale docente-discente
– orientare le scelte scolastiche mediante un raccordo più saldo e articolato tra mondo del lavoro
– promuovere una cultura europea che valorizzi le radici classiche e religiose del continente


PROUDHON, LA GIUSTIZIA E L’ECONOMIA MASSONICA


Ci avviamo verso una trasformazione religiosa, o verso un riassorbimento della religione nella Giustizia?….

La certezza morale comprende in sé e fornisce la certezza speculativa; e la scienza del diritto diverrà perciò la chiave della scienza della natura; e la Giustizia, infine, dovrà forse essere considerata come la ragione e la realtà suprema…. il Dio che regge il mondo della coscienza….?

… qual è il principio fondamentale, organico, regolatore supremo delle società; il principio che, subordinando a sé tutti gli altri, governa, protegge, reprime ….? …Questo principio, secondo me, è la Giustizia.

Che cos’è la Giustizia? – L’essenza dell’umanità.
Che cos’è stata la Giustizia fino ad ora, a partire dall’inizio del mondo? – Quasi nulla.
Che cosa deve diventare?
Tutto.

…. Se è vero che la Giustizia è innata nel cuore dell’uomo, non ne consegue che le sue leggi siano state fin da principio determinate con chiarezza, e per tutte le categorie d’applicazione; solo poco a poco noi ne acquistiamo l’intelligenza, e la loro formulazione ci costa un lungo travaglio (…)”

Così scriveva Pierre Joseph Proudhon nell’introduzione alla sua opera De la Justice dans la Révolution et dans l’Eglise, del 1858.
Proudhon fu un profeta della Giustizia, lo dimostrò con gli studi indefessi, la testimonianza di una vita faticosa,le sue proposte operative per il miglioramento delle condizioni di vita delle persone. Egli fu iniziato alla Massoneria francese nel periodo i cui questa si avviava a una pessima “laicizzazione”, e certo non possiamo definirlo un Libero Muratore di tradizione, ma entusiasta  sì, basta vedere le pagine che dedica al simbolismo massonico nell’opera citata. E anche “mitica” resta la risposta che diede alla domanda formulata nel testamento massonico: “Che cosa devi a Dio?”  “La guerra”. Amava il paradosso Proudhon, e si divertì a guardare le facce dei Fratelli che lo dovevano iniziare, ma nel suo libro chiede anche scusa a modo suo e spiega il suo “anti-teismo”, che egli tiene a distinguere dall’ateismo (molti anni dopo, sulla Rivista Massonica di cui era direttore, Giordano Gamberini propose una lettura contro-paradossale della risposta proudhoniana, “la guerre“, accostandola alla lotta tra Giacobbe e l’angelo da cui si sarebbe forgiato Israele.

In una Loggia di tradizione, Proudhon non sarebbe stato ammesso, ma una visione sottile dei fatti ci dice che il brulicare nelle Logge francesi di personaggi come lui – mentre la Massoneria inglese sia avviava sempre più a fungere da appendice dell’establishment – rispose a un intervento della Provvidenza, mirante a vivificare l’aspetto sociale dell’Ordine: una fase “orizzontale” necessaria a prendere le misure. Purtroppo il Grande Oriente di Francia si è arenato in quella fase e, ancor peggio, ha esteso un magistero pseudo-massonico a temi di volta in volta laicisti, “emancipativi” (su temi come l’aborto, le “libertà” sessuali ecc, sulle quali Proudhon – come dimostra nel suo saggio contro la pornocrazia” in cui difende una posizione reazionaria rispetto al femminismo non avrebbe certo concordato).

Sempre nella Justice, Proudhon abbozza una teoria economica massonica, nella quale egli fa confluire la propria visione dinamica delle interazioni sociali e la struttura tripartita dell’Ordine. Le idee-forza sono
– associazione
– mutualità
– federazione
In questa sequenza, le competenze e le intraprese (dei singoli, o cooperative) si aggregano prima su base settoriale (associazione), definendo e diversificando le specialità;  nel far ciò stabiliscono dei patti di reciprocità (mutualità) che si estendono poi ad aggregati analoghi di altri settori, fino a configurare una federazione dei produttori che copra l’intera gamma delle attività economiche, supportate da una Banca Centrale di Scambio. Tra tali attività trova certamente spazio anche la commercializzazione, che crea la variabile-mercato come elemento dinamizzante il sistema economico, come stimolo alla crescita qualitativa della produzione.Tale variabile, tuttavia, deve collocarsi entro uno schema complessivamente programmato.
Come ricorda Proudhon, i tre gradi dell’iniziazione massonica (Apprendista, Compagno e Maestro) abbozzano nel contempo una sorta di pedagogia d’impresa e un’autentica “Carta del Lavoro”. Nella formazione massonica “tutti sono chiamati al magistero… non c’è privilegio per alcuno…”. Se si traspone questo modello alla formazione delle capacità d’impresa, conclude Proudhon, si ottiene una sequenza ottimale che porta il soggetto a forgiarsi in una progressione che si articola nell’impegno all’apprendimento e al servizio (apprendistato), nella pratica professionale remunerata, sia questa dipendente o associata (compagnonato), nel perfezionamento di talenti e competenze e nella susseguente facoltà di generare una propria sfera economica nella quale accogliere nuovi apprendisti (magistero), in tal modo chiudendo – e riaprendo – il ciclo.
Non si tratta, ovviamente,  di improbabili ricette risolutive, ma di linee-madri per un’economia organica e squadrata. Anche l’economia deve essere, in ottica massonica, un processo costruttivo., e come tale evitare estremi disfunzionali dell’individualismo e dello statalismo, garantendo il doveroso spazio alle comunità intermedie, a misura d’uomo e integrate reciprocamente. E tornando agli assunti di Proudhon: la religione non verrà riassorbita nella giustizia, perché la religione – che pure ha nella giustizia una componente fondamentale –  include e trascende tutti i comparti dell’esperienza umana verso le Altezze, ma certamente il pensatore-tipografo di Besançon ebbe il merito di operare, a suo modo, nella direzione che la Parola ci indica: “Uomo, ti è stato insegnato ciò che è buono e ciò che richiede il Signore da te: praticare la giustizia…” (Mi. 6,8) (il testo continua con la richiesta di “camminare umilmente con il tuo Dio”, e qui parrebbe che Proudhon – con la sua “guerra” – non ci stesse, ma in realtà, dopo essersi “misurato” con Lui, certo avrebbe capito). E ancora:  “Cercate in primo luogo il Regno di Dio e la Sua giustizia e tutto il resto vi sarà dato” (Mt. 6,33).
Proudhon fu un pensatore rapsodico, non sistematico, e creativo. In qualche misura, ineffabile (qualcuno banalizzerebbe dicendo equivoco), se si considera che alle sue idee variamente si richiamarono anarchici, socialisti, repubblicani federalisti e reazionari del Cercle Proudhon.

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