La via dei Magi

“…poiché abbiamo visto la sua stella in Oriente, e siamo venuti per adorarlo”
(Mt. 2,2)

 

Nel suo ottimo volume Vie et perspectives de la Francmaçonnerie traditionnelle, Jean Tourniac tratta del simbolismo massonico dei “tre re”. Ci riferiamo ai “magoi”, come li chiama Matteo con un termine che, pur essendo stato soggetto a dilatazioni storiche e semantiche di varia natura, designa in primis i sacerdoti mazdei. La religione che essi rappresentano, quella portata al mondo dal profeta Zarathushtra intorno al 1000 a.C., è eminentemente costruttiva: in un testo pahlavi del IX sec. d.C. tutto il processo che va dalla creazione alla restaurazione finale del cosmo è assimilato a un processo edificatorio. Non sorprende, allora, che i Parsi (gli zoroastriani dell’India)  siano stati fortemente richiamati dalla Libera Muratoria, al punto che tra ‘800 e ‘900 non solo i più noti studiosi della comunità (tra gli altri: K.R. Cama, B.T. Anklesaria, J.J. Modi) entrarono nelle Logge, ma anche un cospicuo numero di mobed (da “magupat”, i magi appunto) e di laici li segui. Certo, la celebrata industriosità dei Parsi e la loro generale lealtà all’Impero Britannico (anche se tra le loro fila troviamo vari campioni dell’indipendentismo) fecero la loro parte in questa dinamica, ma c’era qualcosa di più: nel 1735 la Gran Loggia di Londra inviava a quella Provinciale dell’India una lettera in cui indicava negli Zoroastriani i “noachidi” di quelle terre, dunque dei validi candidati a una iniziazione che si richiamava a Noè come prototipo dell’ “uomo retto”, cioè del Libero Muratore ideale.

E’ poi noto che fu l’ambiente massonico settecentesco a diffondere la conoscenza della fede mazdea. Nel 1727 (dunque molto prima che Anquetil Duperron desse alle stampe la prima trduzione dell’Avesta, nel 1771) André Michel Ramsay, cattolico quietista, segretario di Fenelon e tra i “padri” dei gradi cavallereschi alleati alla Libera Muratoria, pubblicò quei Voyages de Cyrus in cui rintraccia gli elementi di comunione tra la dottrina cristiana e quella dei Magi. Di  lì a poco il fr. Rameau comporrà il suo Zoroastre il fr. Mozart il Flauto Magico – su libretto del fr. Schikanaeder – con il suo “Sarastro”.

L’elemento mazdeo della Massoneria emerge dunque nel ‘700, ma non dimentichiamo che Pitagora, celebrato già dai manoscritti massonici medievali, aveva ricevuto – secondo Porfirio e Giamblico – la somma istruzione spirituale dai Magi, e qui l’ampio cerchio si chiude: il Compasso della storia massonica ha svolto il proprio compito.

Narra l’Evangelo di Matteo che alla nascita di Gesù giunsero da Oriente, per venerarlo, dei Magi, ovvero dei sacerdoti dell’antica fede di Zarathushtra. Durante l’epoca dei Parti (III sec. a.C.– III sec. d.C.), sul cui fulcro temporale ebbe luogo la Natività, la religione dell’antico Iran, a contatto con le culture ebraica e ellenistica, aveva assunto tratti universalisti, divenuti espliciti nel Farvardin Yasht (“Inno agli spiriti celesti”), in cui si proclama venerazione per i giusti di ogni terra.

La storia dei Magi non va letta solo come tocco fiabesco nella narrazione o espediente per attrarre alla fede nel Cristo la comunità zoroastriana presente in Antiochia, ove il Vangelo di Matteo fu quasi certamente trasmesso. Significa di più, è la chiave per leggere nella sua autentica prospettiva la missione di Gesù Cristo, agente del Dio di Luce, “vaso” di quel Logos (Parola) che dà congruità al cosmo; indica continuità tra Zarathushtra e Gesù Cristo.
Ciò trova riscontro in diversi dati storici e scritturali: il contatto tra Ebrei e Persiani, durante l’esilio di Israele in Babilonia, aveva immesso elementi del linguaggio mazdeo nell’alveo biblico (nel Libro di Tobia lo spirito malefico è chiamato Ashmedai, dal persiano Aeshma daeva che indica l’entità della furia) e la comunità degli Esseni insisteva sul conflitto tra Luce e Tenebre.
Ma l’evidenza più rilevante sta nel numero di riferimenti all’“avversario” contenuti nei Vangeli, sproporzionato, si direbbe, a quello degli stessi nell’intero Antico Testamento. Ciò si può spiegare solo con l’avvenuta inserzione di un elemento alieno alla fede degli ebrei (e neppure derivante dalla coeva religiosità ellenistica).
Quell’elemento proveniva dalla tradizione mazdea
“.

                                                     *                    *                   *

UNA NOTA SULLA PREGHIERA ASHEM VOHU

 Ashem vohû
vahishtem astî
ushtâ astî ushtâ ahmâi
hyat ashâi vahishtâi ashem.

L’Ashem Vohû  è una delle preghiere fondamentali del Mazdeismo (Zoroastrismo), e per la sua natura rotante, frequente nei mathra spenta, si presta alla recitazione perpetua. Appare terapeutica, sublimante, midollare e sottile, radiante (la polisemia della parola Asha: Verità, Rettitudine, Ordine, ecc. lo rivela), sigillante.
Come taluni cristiani con “la preghiera del cuore”, taluni musulmani col dhikr, come i buddhisti della Terra pura con l’invocazione ad Amida, vi sono mazdei che recitano in continuazione Ashem Vohû, con essa accompagnando e ispirando anche le più minute attività quotidiane.
La esaltazione della Virtù che Ashem Vohû  propone ne fa una preghiera significativa per i Liberi Muratori.

La Virtù è il bene, il bene supremo
è giubilo, giubilo per colui che è virtuoso
per
 (amore della) suprema Virtù

                                                                                                                                                   I MAGI E I PATRIARCHI: UNA FEDE DA PELLEGRINI

I Magi arrivano e ripartono da pellegrini, adempiendo così al mandato di Gesù, che nel Vangelo di Tommaso proclama: “Siate viandanti!” (Tm,47). Essi sigillano il carattere dinamico dell’evento, già implicito nello stato natale che apre sentieri ed implica un divenire di possibilità e di libertà. La nascita divina è l’inoltrarsi, l’uscire dal guscio della corporeità ed entrare nell’Oltre.

Pace da Colui che è, che era e che viene” (Ap. 1:4)

Ma dove si va?  Iddio parla ad Abramo, sollecitandolo a lasciare Ur: lekh-lekhà, “vai in te”.

E analogamente sul tempio di Apollo, a Delphi, venne inciso il motto Gnothi se auton”  (“conosci te stesso”). Il viaggio al luogo nativo del Cristo equivale a un passaggio attraverso i territori dello Spirito fino al Cielo interiore, al quale si accede da endonauti. La proliferazione di presunti luoghi sacri, spesso di origini e sacralità dubbie, non sempre è congrua a questo spirito.

La tenda dei patriarchi allude alla provvisorietà della condizione umana e alla necessità di camminare, nel deserto simbolico, verso la “città” non fatta da mani d’uomo.

Il movimento è la prima forma di conoscenza per il bambino. Il nome del “Padre degli dei” laziale, Janus (Giano), potrebbe derivare da īre, andare.

La vita e la saggezza divine paiono in eterno quieto movimento.

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